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venerdì 8 agosto 2014

Twin Peaks, il genio di David Lynch tra mito e sogno...


Nel 1989, David Lynch e Mark Frost cominciarono a mettere in atto una delle più importanti collaborazioni della storia della TV e tramite essa partorirono I segreti di Twin Peaks (1990-1992), serie televisiva rivoluzionaria e di culto che ha reso più sottili i confini tra televisione e Cinema e che ha avvicinato David Lynch al grande pubblico. Non preoccupatevi, niente spoiler.
La trama gira attorno all’omicidio di Laura Palmer (interpretata da Sheryl Lee), una bella ragazza di una cittadina provinciale del Nord America al confine con il Canada (Twin Peaks, appunto), ritrovata avvolta nella plastica sulla superficie di un lago pochi giorni dopo l’omicidio di un’altra ragazza, Teresa Banks, ritrovata nelle stesse condizioni. Un agente FBI, Dale Cooper (Kyle MacLachlan, protagonista di altri film di Lynch come Dune e Velluto Blu), giunge a Twin Peaks per indagare ed i suoi metodi bizzarri e anticonvenzionali rivelano che, dietro a quello che potrebbe sembrare un semplice omicidio a sfondo sessuale, c’è in realtà un ermetico mondo di sogni e allegorie la cui portata è di dimensioni insospettabili per gli abitanti della città. I personaggi sono tantissimi ed insieme ad essi ci sono innumerevoli relazioni interpersonali complesse in continua mutazione: tra la femme fatale che è la Audrey Horne di Sherilyn Fenn, il buon Pete interpretato dal sempre fidato Jack Nance, il Bobby à la James Dean con la faccia deforme di Dana Ashbrook, i fratelli Horne interpretati con spirito da Richard Beymer e David Patrick Kelly e l’inquietante Windom Earle di Kenneth, si finisce per non sapere chi è davvero il membro migliore del cast e quale il personaggio più complesso ed interessante – ma io voto per Leland Palmer, reso meravigliosamente dalla cupezza tragica ma ambivalente delle espressioni facciali di Ray Wise. Oltre al casting perfetto, bisogna notare come nell’intera serie ripeta fino alla nausea un gioco di atmosfere, di toni e di genere ormai imitatissimo ma mai eguagliato: la logica del giallo, del poliziesco e del thriller viene soffocata da una ridondanza dei dialoghi riguardanti le relazioni interpersonali (che spesso sfociano nella soap opera e nella retorica), e dietro ad entrambi questi lati c’è l’ombra terrificante del grottesco, del surreale, dell’inaspettato e del metaforico.
Ma andiamo con ordine. David Lynch ha girato il pilota de I segreti di Twin Peaks nel 1989 chiedendo, insieme a Mark Frost, all’ABC di finanziargli una stagione. “Twin Peaks nasce più dall’amore per l’America che non dal nichilismo”, ha detto di recente il regista per spiegare come la serie non sia propriamente pessimista, ma più che altro una lettera d’amore per un certo tipo di atmosfera che Lynch ha dimostrato di amare anche in altri casi, ma una lettera d’amore ‘macchiata di sangue’. Spaventato dal verdetto dell’ABC ma deciso a fare in modo che il progetto andasse da qualche parte, Lynch ha proseguito a dirigere un finale alternativo per questo episodio, che lo rendesse autoconclusivo, ma senza alcuna logica narrativa. Dopo, infatti, un’ora e mezza di puro pathos, condito con un leitmotiv eccessivo del pianto e del lutto, ma anche di spiccato senso dell’umorismo, la trama dell’opera si sarebbe spostata sul versante grottesco per far giungere Dale Cooper immediatamente di fronte all’assassino, un uomo misterioso di nome BOB, prima di una scena onirica ‘ambientata 25 anni dopo’ in cui un Cooper invecchiato si trova in un’assurda stanza rossa con Laura Palmer ed un nano, chiamato Uomo da un altro mondo, interpretato da Michael J. Anderson, che parla al contrario e balla con in sottofondo un bellissimo brano jazz composto da Angelo Badalamenti, Dance of the dream man. Insomma, pura incoerenza narrativa lynchana. Questo pilota con finale alternativo è finito per essere un cosiddetto ‘pilota europeo’ che sarebbe finito come film TV sui canali europei se la serie non fosse stata accettata dalla ABC, che però ha deciso di finanziare 8 episodi a Lynch e Frost, dando loro carta bianca. Si sono sbizzarriti.
È indubbio che tra gli intenti di Lynch ci fosse quello di confondere lo spettatore, ma non poteva capire quanto perché non aveva idea della portata e del numero di spettatori che Twin Peaks si sarebbe ritrovata ad avere. Dopo un primo episodio così sconquassante e tragico, andato in onda per la prima volta l’8 aprile 1990, c’è voluto poco prima che il regista statunitense non tirasse fuori l’asso della manica di turno, e fu così che il terzo storico episodio della prima stagione si è concluso con l’evento più estremo e delirante della storia della TV: l’episodio, uno dei sei diretti da Lynch, si conclude con Cooper che, dormendo, ha un sogno che non è altro che un montaggio degli eventi cupi girati per la fine del pilota europeo, con la scena del nano mostrata per intero.
Considerando che il pubblico di Twin Peaks era in buona parte composto da casalinghe e da madri che si interessavano più al lato da soap opera che non al mistero, la scena fu di un impatto mostruoso e l’episodio è tutt’ora considerato uno dei pilastri della storia della TV. Gli ascolti, già alti, aumentarono e tutti erano pronti per una prima stagione piena di assurdità, ma, purtroppo o per fortuna, non ve ne furono poi più così tante. Ma i misteri continuavano, il grottesco pure, e lo zampino di Lynch si sentiva sempre dietro l’angolo, dietro le bellissime musiche di Badalamenti, tra l’intimismo pacifico della sigla o il dramma del tema di Laura Palmer. E la stagione si è conclusa, letteralmente, con un bang – Frost e Lynch avevano già programmato di concludere l’ottavo episodio con un cliffhanger, così da potersi accattivare le reti televisive per poter finanziare una seconda stagione. Nessuno ci credeva, ma i soldi arrivarono, e con essi la seconda stagione (che dura quasi il triplo della prima) che è partita con il botto, ovvero con due episodi diretti da Lynch, entrambi pieni di misteri irrisolvibili e virate nel grottesco e nel surreale, soprattutto il primo, uno degli episodi migliori, perfettamente bilanciato tra l’umorismo e l’onirico. 
Vengono introdotti altri personaggi, come il Gigante, il cameriere anziano e la misteriosa signora anziana col giovane nipotino biondo (interpretato dal figlio di Lynch), ed il mistero si infittisce. Dopo quattro episodi in crescendo, giunge il nuovo episodio di Lynch e con esso anche il climax narrativo ed emotivo di metà seconda stagione, oltre che la rivelazione che tutti volevano: chi ha ucciso Laura Palmer? Il problema di base è che Lynch voleva che tale rivelazione venisse procrastinata fino all’esasperazione, ma no, l’ABC voleva che venisse detto subito perché i fan erano impazienti. Più che altro, dopo la rivelazione (resa benissimo con una scena disturbante e sofferente, una delle migliori della serie), sono bastati altri due episodi di media qualità per considerarne le conseguenze, e poi la serie è finita in un baratro. Ascolti bassi, sceneggiatori e registi nuovi ed emergenti, pochi appigli narrativi a cui aggrapparsi; ma c’era chi ragionava ancora con ottimismo e continuava a lavorare per Twin Peaks, principalmente con lo scopo di ricreare atmosfere grottesche e poco altro. Un po’, si scendeva nel ridicolo, ed un po’ nel metafisico, sprigionando sottotrame più vicine al complottismo fine a sé stesso che non alla finzione. Nonostante Windom Earle fosse un antagonista dalle mille possibilità, solo Lynch avrebbe potuto salvare la serie dal disastro, ed ha indossato un’ipotetica tuta da supereroe per mettersi dietro la regia del finale di stagione, un episodio che contenesse tutto ciò che faceva impazzire i veri fan: colpi di scena ed un bel po’ di stranezze. Nel finale più tragico e perfetto possibile, con l’unico difetto delle sottotrame in sospeso, Lynch ha inserito una macrosequenza onirica impossibile da leggere nella sua completezza, ma suggestiva e surreale come solo il regista di Missoula sa fare. L’ABC, tuttavia, non osò finanziare una terza stagione, e Twin Peaks si conclude nel baratro dopo 30 episodi.
Lynch non si arrese e nel 1992 pensò bene di fare Fuoco cammina con me!, un film considerato tra i suoi minori ma che mischia realismo e sogno con un senso cromatico e grottesco magari acerbo da un punto di vista artistico ma molto raffinato da un punto di vista emozionale. Il film inizia con Leland Palmer che colpisce una TV con un’ascia: che sia una maniera neanche troppo implicita per condannare l’ABC? Il film, che sarebbe dovuto essere una maniera per rispondere a molte domande lasciate dalla serie ma non ha fatto altro che alzarne di nuove, fu un flop: la trama raccontava la settimana prima della morte di Laura Palmer, ed il film doveva far parte di una trilogia che sarebbe continuata con gli eventi successivi al finale della seconda stagione, film che non sono mai stati girati. In compenso, da Fuoco cammina con me! furono eliminati ben 91 minuti adesso reperibili nel nuovo cofanetto blu-ray Twin Peaks: The Entire Mystery. Le scene sono all’80% costituite da cose inutili per i fan: scene con Pete o Norma o Donna o il dottor Jacobi. Ma il 20% restante è un grande gioiello.

Una delle sequenze più incomprensibili della storia del mondo di Lynch è la scena di Fuoco cammina con me! dedicata al ritorno di Philip Jeffries (interpretato da David Bowie) all’FBI: nessuno sa da dove viene, Dale crede che venga da un qualche mondo onirico, e appena appare non fa altro che blaterare qualcosa su un personaggio di nome Judy che noi spettatori non conosciamo, per poi scomparire nel vuoto si sovrappongono immagini surreali al suo volto e ai volti di Cooper e altri: immagini riferite a personaggi della serie, come l’Uomo da un altro mondo e BOB e altri personaggi a noi sconosciuti. Nelle scene eliminate del blu-ray, abbiamo un quarto d’ora abbondante in cui vediamo sia il percorso di Jeffries che le scene con l’Uomo da un altro mondo e BOB nel piano di sopra del minimarket, separatamente, in maniera molto meno confusa, anche se assolutamente incomprensibile da un punto di vista sia contenutistico che narrativo. Però, vediamo anche (pochi) eventi che succedono dopo il finale della seconda stagione. Questi sono necessari, anche se non particolarmente interessanti per il procedimento dell’operazione Twin Peaks.
Detto ciò, sono passati 25 anni dal 1989, anno in cui è ambientata l’intera serie, compresa la scena onirica in cui Laura dice a Cooper “ci vedremo tra 25 anni” – eppure, oltre al meraviglioso cofanetto blu-ray, non si vede ombra del ritorno sui nostri schermi della cittadina statunitense e dei suoi stralunati abitanti. In compenso, possiamo godere dell’influenza che ha avuto sulle grandi serie TV del futuro prossimo, tra il senso dell’angoscia e dell’ignoto di The X-Files, l’uso dell’onirico ne I Soprano (per me la migliore serie TV di tutti i tempi) e il mix tra mistero esistenziale e costante dialogo interpersonale di Lost e compagnia bella.

Nicola Settis

"Nicola Settis nasce a Pisa ed è un appassionato di Cinema da sempre, con una passione particolare per i film d'autore orientali, tra Kurosawa e Kitano, ed europei, tra Fellini, Tarkovskij, Herzog e Tarr. Oltre a non essere mai sazio di cultura cinematografica, ha tra i suoi interessi secondari la musica, la televisione, l'animazione e la letteratura. Scrive ogni tanto su daParte firmandosi 7isLS"

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