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lunedì 14 luglio 2014

Tom Waits, la discografia: terza ed ultima parte


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The Black Rider (1993): Tratto da un'opera tetatrale con la regia di Robert Wilson, e con la collaborazione ai testi del monumento della Beat generation William S. Burroughs, The Black Rider è un concept album che risente solo in minima parte della sua origine teatrale. Le composizioni di Waits sono quanto di più suggestivo ci si possa aspettare in un'opera del genere, ed alcune sono talmente belle da poter essere valutate al di fuori del contesto generale, come gioielli rock d'avanguardia teutonica (l'opera è ambientata in Germania, e i suoni ne risentono più che nelle opere di matrice KurtWeilliana precedenti). Insomma, prima ancora che un'opera teatrale, The Black Rider è Waits al cento per cento. Non voglio addentrarmi più di tanto nel valore artistico letterario di questo lavoro: non essendoci una traduzione italiana dei testi mi sarebbe alquanto arduo: ma una cosa posso sicuramente affermarla, e cioè che The Black Rider verrà sicuramente rivalutato, nel tempo, come una delle opere concettuali e musicali più degne di nota dei nostri tempi. I testi di Burroughs hanno una liricità espressiva e una musicalità implicita che la musica di Waits riesce a far risplendere come nessun commento sonoro era mai riuscito a fare, e, forse mi ripeto, Waits non è mai stato così lucido e determinato nel voler affermare la sua unicità compositiva: Ascoltate, per credere, November, Just The Right Bullet, 'Taint' no sin (cantata, si fa per dire, dallo stesso Burroughs), The Briar and the Rose, I'll shoot the Moon, Gospel train, The Last Rose of the Summer e piano piano capirete cosa voglio dire. Non per tutti i gusti, ma sicuramente una pietra miliare.
Mule Variations (1999): Sono passati sette anni dal suo ultimo album di studio (Bone Machine), sette lunghissimi anni in cui sembrava che il nostro beniamino avesse perso qualsiasi interesse per la musica: si narra che in questo lasso di tempo si sia dedicato alla meccanica e alla motoristica, ma non è chiaro se si tratti di leggenda oppure di verità. In ogni caso, Mule Variations è il ritorno che tutti i fan aspettavano e non delude le aspettative. Quasi tutte le canzoni sono a firma Waits-Brennan: si parte con la caotica e nevrotica Big in Japan per finire con l'altrettanto caotica, ma a suo modo solare, Come on Up to the House, una ballatona sgangherata e piena di calore, con il vocione esagerato del vecchio Tom a sovrastare l'armonica scintillante del grande Charlie Musselwhite. Nel mezzo, una serie devastante di brani tra blues minimalista, ballate di carta vetrata, psichedelia da Beat Generation e il disordine assordante ma calcolato che ormai rappresenta il suo marchio di fabbrica. Hold on è semplicemente perfetta, Cold Water un rock-blues alcolico da mozzare il respiro, Picture in a frame e Take it with Me due delle ballate più struggenti e poetiche che il nostro eroe abbia mai scritto. Ma non finisce qua: Black Market Baby, Chocolate Jesus, la già citata Come on Up to the House: sono tutte degne di imperitura memoria e ascolto. Un indimenticabile ritorno per uno dei più grandi Story-Teller di tutti i tempi.  
Alice (2002): Firmato dall'ormai indivisibile coppia (sia nella vita che nella carriera artistica) Waits-Brennan, questo concept-album del nuovo millennio segna il ritorno di Waits alla forma teatro musicale che aveva contraddistinto The Black Rider. Non è un caso che lo spettacolo teatrale di Alice venga nuovamente portato in giro per il mondo con Robert Wilson alla regia. Rispetto a Black Rider, però, c'è da sottolineare una maturità musicale più delineata, e di conseguenza una coerenza stilistica più lineare. In parole povere, mentre The Black Rider risentiva un po' della sua origine teatrale, Alice è un prodotto artistico che vive di vita propria, e quindi non necessita di una compensazione visiva, per così dire, dato che buona parte delle composizioni presenti in questa "raccolta" (rare eccezioni a parte, vedi Kommenienezuspadt) sono di una bellezza e di un'autonomia tali che ci si può tranquillamente lasciare andare all'ascolto puro ed essenziale. La title track è un diamante polveroso, Flower's grave ti scioglie l'anima, Lost in the Harbour è sghemba e fascinosa come solo Waits può esserlo, I'm still Here una languida coltellata all'anima, Fawn una discesa aerea sulle lande Irlandesi. Insomma, da avere e da ascoltare fino alla nausea.
Blood Money (2002): Un'altra piece teatrale di origine tedesca (Woyzeck di Buchner, dal quale anche il grande Herzog ha tratto un mezzo capolavoro con il mitico Kinsky... ma questa è un'altra storia...), sempre con la collaborazione di Robert Wilson, regista della trasposizione scenica, è lo spunto dal quale Waits trae ispirazione per il suo secondo album del 2002. Musicalmente parlando, Blood Money è sicuramente al livello di Alice, e quindi un quasi capolavoro, ma per certi versi è più duro e pessimista. Canzoni più cupe, quindi, e una musicalità che si addentra nell'animo umano per rovistarne le viscere, rivoltandoti l'animo come un calzino. Ci sono le ballate struggenti e ci sono i pezzi duri (God's Aways on Business su tutti), le sonorità Weilliane e l'indolenza bluesata dei suoi lavori passati... è difficile, se non impossibile, etichettare in un qualsiasi modo Blood Money, ma una cosa è certa: Waits è anni luce avanti qualsiasi cosa sia mai stata composta fino a questo momento, e nello stesso istante riluce di una bellezza antica e senza tempo. Impossibile citare i pezzi migliori, dato che tutto l'album è semplicemente geniale. Una curiosità: per la prima volta troviamo uno dei figli di Waits, Casey, alle percussioni.
Real Gone (2004): Ormai il duo Waits-Brennan è diventato una realtà indivisibile, e questo nuovo lavoro non è che la conferma di questo assioma. Anche il figlio Casey sembra ormai entrato definitivamente nel "gruppo" e tutte le parti alla batteria portano la sua firma. Detto questo, Real Gone non è il capolavoro che forse qualcuno si aspettava dopo la quasi perfezione dei precedenti due album. Non è un brutto album, Waits probabilmente non ne ha mai inciso uno, ma di sicuro è uno dei suoi minori. Troppo duro, ringhioso e - soprattutto - troppo poco melodico, persino per i fan più sfegatati. Neppure la bellezza cristallina della chitarra di Marc Ribot riesce a risollevare le sorti di un album che, di sciuro, non sarà ricordato come una pietra miliare tra i lavori di Tom Waits.  Come se non bastasse, non c'è una sola partitura per piano: e ascoltare Waits senza una nota del suo piano è un po' come ascoltare Eric Clapton senza chitarra, non so se mi spiego... ci sono del resto molte cose da salvare, in questo Real Gone: la ritmata Hoist that Rag, l'indiavolata Shake It, l'originale blues sgangherato di Trampled Rose, e il rock urbano di Make it Rain su tutto.  
Orphans (2006): Sottotitolato Brawlers (attaccabrighe), Bawlers (piagnoni) & Bastards (vabbeh, questa è facile), Orphans è un triplo cd che raccoglie 30 inediti e 24 rarità del vecchio Tom, e che quindi non può assolutamente essere considerato una raccolta ma un vero e proprio "nuovo" album di inediti. Il primo cd contiene i pezzi più ritmati e rockeggianti: si parte con una fulminante Lie to Me e si prosegue con una manciata di canzoni decisamente notevoli. Tra tutte, impossibile non esaltarsi per Lucinda (una splendida ballad), il gospel sporco e ruvido di Lord I've Been Changed, Il rock lisergico e bluesato di Road to Peace, il classico riveduto e corretto (al whisky) di Sea of Love e la bellissima, sempre emozionante Rains on me. Il secondo cd raccoglie invece alcune delle ballate più struggenti (per questo il titolo auto-ironico) che il nostro eroe abbia mai scritto, su cui svetta una strepitosa You Can Never Hold Back Spring (la stessa suonata nel film di Benigni La Tigre e la Neve), un'altrettanto meravigliosa Long Way Home, la nenia irlandese Widow's Grove, la Weilliana Little Drop of Poison, Fannin' Street e altri piccoli capolavori, impossibile citarli tutti, che fanno di questo secondo cd il migliore di tutta la raccolta. Il terzo cd è invece una sorta di  "taccuino" nel quale sono raccolte tutte le sperimentazioni sonore, a volte ai limiti della cacofonia, e i racconti (a volte stralunati), che il vecchio Tom si è divertito ad incidere su "nastro". E' quello sicuramente di minore fruibilità del trittico, anche se alcuni pezzi sono di notevole interesse: c'è persino una poesia del grande Bukowski (Nirvana), tra le altre cose... certo, se si trattasse di recensire unicamente quest'ultimo cd, non consiglierei Orphans neppure al mio peggior nemico. Ma i primi due cd della raccolta sono eccezionali, non ci piove, e da soli valgono l'acquisto-ascolto di questa strepitosa uscita discografica.
Glitter and Doom Live (2009): Il terzo Live, sunto del tour mondiale che Waits ha intrapreso nel 2008, è anche il migliore di quelli che lo hanno preceduto (Nighthawks at the Diner e Big Time). Glitter and Doom raccoglie il meglio della sua produzione: non c'è una sola canzone che non meriti di essere definita meno che un classico, tra le diciassette del gruppo. Era da tempo che i fan si aspettavano da Waits un live come Dio comanda, ed ecco che finalmente il vecchio Tom accontenta tutti e pubblica un live dove le sue dissertazioni non sono troppo invadenti (come nel primo) e dove la varietà delle canzoni proposte abbraccia il meglio della sua produzione recente, a partire da Bone Machine in poi. Insomma, un live altamente consigliato. 
Bad as Me (2011): Il disco parte alla grande con un'elettrizzante Chicago e prosegue tutto d'un fiato con una manciata di canzoni che dimostrano quanto, a sessant'anni suonati, Waits non abbia perso un briciolo della sua ispirazione, e sia ancora in grado di regalarci qualche brivido. Certo, non c'è più l'originalità dei suoi lavori più sperimentali e riusciti, ma è impossibile non rimanere affascinati da ballads come Back in the Crowd e Pay Me, o non ballare spasmodicamente, come in preda ad una crisi epilettica, mentre si ascolta l'anfetaminica Bad as Me o l'elettrizzante Get Lost. Bad as Me, insomma, è un album degno di Waits: i fans (io per primo) non hanno di che lamentarsi. 

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