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giovedì 26 giugno 2014

Tom Waits: la discografia completa (prima parte)

Scrivere qualcosa a proposito di Tom Waits è un po' come catturare un raggio di luna in un bicchiere, ma per quel che le mie dita agili riescono a fare proverò a raccontarvi la discografia completa di un Artista (la maiuscola è d'obbligo) che, nel bene o nel male, ha illuminato la mia vita con lo splendore delle sue canzoni, addolcendola e a volte indurendola come solo un talento genuino sa fare. Quindi ecco a voi la lista completa degli album di Tom Waits, compilations escluse, perchè è chiaro che quando ami un un Artista come lui non ti puoi accontentare di una semplice raccolta.

Closing Time (1973): un esordio memorabile, che contiene "in nuce" tuttti gli elementi che caratterizzeranno la poetica del nostro eroe: la vita marginale dei beautiful losers, gli amori finiti male, il jazz e le notti disperate tra sigarette, alcool e donne da amare... si inizia con un classico degli Eagles "Ol' 55" e si prosegue con una manciata di canzoni che hanno già del classico: tra spruzzate country e sospiri blues, anche se a farla da padrone è il jazz notturno dei club, quello che vorresti ascoltare in una notte alcolica, perso tra i fumi dell'ennesima sigaretta e ricordi che ti spezzano il cuore. La voce non è ancora quella che lo ha reso unico, e a tratti non ti sembrerebbe neanche di ascoltare il vecchio Tom, ma le canzoni, tranne qualcuna non memorabile, sono già dei piccoli classici da annoverare tra le migliori pagine dell'American Songbook: I hope i don't fall in Love with you, Midnight Lullaby, Martha, Little trip to Heaven, Grapefuit Moon e Closing Time le migliori.
The Heart of Saturday Night (1974): Il secondo album di Mr. Waits è un altro piccolo gioiellino di blues jazzato, la perfetta colonna sonora per la notte californiana, calda e morbida come una puttana ubriaca. La poetica di Waits, sia nei testi che nelle parole, acquista in questo album una profondità e una consistenza che, se ancora non si può parlare di capolavoro, ci si può sicuramente intuire l'enorme talento del nostro eroe. Lo stile complessivo non si discosta molto dall'esordio, ma la virata verso il jazz è più marcata,  la voce si fa leggermente più scura e ci sono anche diversi inserti swing di matrice orchestrale (à la Frank Sinatra) che arricchiscono  le performance di Waits come i gioielli una corona. Molte le canzoni indimenticabili: San Diego Serenade, The Heart of Saturday Night, Please Call me Baby, Drunk on the Moon...
Nighthawks at the Dinner (1975): Terzo album e primo live nella carriera di Tom Waits. La carica artistica, emozionale ed umana del genio di Pomona (California) in tutto il suo splendore. Molta della bellezza di questo live risiede sicuramente nella potenza espressiva degli intermezzi (quasi comici) di Waits e quindi chi non mastica l'inglese/americano (ci sono anche spruzzi di slang) potrà forse non apprezzare appieno l'unicità di questo live. Ma show-biz a parte, le canzoni ci sono e tutte molto belle. A farla da padrone, come al solito, il blues e il jazz notturno, fumoso ed alcolico. Non sono molte, ad essere onesti, ma non ce n'è una che non sia ad un livello meno che buono. Ottimo, soprattutto, l'accompagnamento del quartetto che accompagna il piano di Waits. In questo live si può già notare di come la voce del vecchio Tom si stia incupendo, arrugginendosi come una vecchia lama. Il titolo è un omaggio dichiarato all'arte di Hopper e al suo lavoro più conosciuto (Nighthawks). Tra i capolavori presenti in questo live: Warm Beer and Cold Women (titolo memorabile), Spare Parts 1 e Nobody.
Small Change (1976): Il quarto album di Waits è quello che, a mio avviso, segna una svolta definitiva, soprattutto a livello vocale. Le corde vocali del nostro eroe "suonano", per la prima volta, ruvide, catramate e sinuose come una freeway americana. Si parte con Tom Traubert's blues, un lentaccio che sembra cantato da un Luois Armstrong in piena sbornia (Waits, del resto,  ha sempre dichiarato il suo amore per il Jazz Godfather di New Orleans), per poi proseguire con un indiavolato scat-jazz-rap, Step Right Up, in anticipo su tutti i tempi, un mix geniale di generi che distingue fin dalle prime note l'unicità del talento Waitsiano e poi via, con altri capolavori: una canzone più bella dell'altra. Small Change è di sicuro un album che si avvicina al capolavoro. Non c'è una canzone brutta e neppure una sotto tono (a parte forse Small Changes, che risente un po' del suo essere un talking blues): sono tutte piccoli gioielli, tra cui indimenticabili scintillano Invitation to the Blues, la già citata Step Right Up, The Piano has been drinking (Not me). Un album imprescindibile, insomma.
Foreign Affairs (1977): Un altro passo avanti verso la consacrazione definitiva del nostro eroe. Foreign Affairs è uno di quei lavori che ti rimangono nel cuore, non importa quante volte lo ascolti. A parte Potter's Field, l'ennesimo talking blues in cui la storia raccontata ha più valore della musica, le altre canzoni di questo album sono quanto di meglio Waits ha da offire in questa seconda parte della sua carriera: lo struggente strumentale di Cinny' Waltz, una manciata di ballad sghembe ed indimenticabili: Muriel, Burma Shave, un duetto d'altri tempi con Bette Midler (Never talk to the stranger), il jazz swingato di Jake & Neal- California, here I come e, come se non bastasse la bellezza compositiva del tutto, la sua inimitabile voce: roca e dannata come il fumo di mille sigarette. Un quasi capolavoro.
Blue Valentine (1979): Si potrebbe tranquillamente definire un concept album, questo Blue Valentine del '79: ogni canzone racchiude in se una storia ben definita e tutte insieme raccontano la storia dei bassifondi di città, dei Loser che li popolano, di sogni infranti e magnifiche disperazioni. Non a caso l'album parte con una canzone tratta da West Side Story, il musical del 1957 composto da Leonard Bernstein, che rielabora in chiave moderna la storia di Romeo e Giulietta, dove si descrive - per l'appunto - una guerra tra bande giovanili di città e l'amore contrastato di due giovani appartenenti ai diversi gruppi. In definitiva, oltre ad essere uno degli album fondamentali - a livello compositivo- del secondo Waits, Blue Valentine è come un libro in musica, dove ogni canzone è un capitolo. Le migliori del gruppo (ma credetemi quando vi dico che questa volta è praticamente impossibile trovarne una che non sia meno che eccellente): Somewhere, Romeo is Bleeding, Whistlin' Past the Graveyard, A Sweet Little Bullet from a Pretty Blue Gun e la title-track.
Heartattack and Wine (1980): Album di transizione verso quei capolavori che segneranno la maturità definitiva di Waits, Heartattack and Wine è un album decisamente atipico e non tra i suoi migliori. Intendiamoci, non che sia brutto, ma le canzoni memorabili sono poche: On the Nickel, Mr. Siegel e Ruby's arms... il genio di Pomona introduce nel suo sound la chitarra elettrica distorta (la suona lui stesso) e produce forse il suo album più rock, ma anche uno dei meno ispirati. Ruby's Arms, in ogni caso, è talmente bella che da sola vale l'acquisto (o l'ascolto).

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