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domenica 15 giugno 2014

I film di David Lynch

David Lynch: la filmografia completa

È da otto anni che il regista statunitense David Lynch non sfiora la macchina da presa, e noi poveri spettatori non possiamo far altro che riguardare a ripetizione le opere che l'autore ormai ultrasettantenne c’ha lasciato. Il regista di Missoula ha infatti composto un’invidiabile filmografia molto variegata piena di capolavori e gioielli, ed i film di David Lynch, dall’esordio più minimale di Eraserhead alle tre ore di labirinti digitali di INLAND EMPIRE, hanno sempre lasciato il segno. Ed è giusto che osserviamo nel particolare e ricordiamo ogni opera (cortometraggi esclusi) per approfondire il mondo cinematografico di Lynch in tutte le sue accezioni.

Eraserhead (1977): Considerato universalmente uno dei migliori esordi registici della storia del Cinema, Eraserhead è un film allucinato e sporco apparentemente privo di spiegazione. Il protagonista Henry Spencer (interpretato da uno dei migliori amici di Lynch, il defunto Jack Nance i cui occhi strabuzzati ed il cui volto semi-deforme sono già storia, anche grazie a ruoli secondari in opere successive del regista) è un uomo dai capelli ridicoli che è innamorato di una donna dalle guance deformi che vive nel suo termosifone. Ha un figlio, dall’apparenza di un girino gigante, ottenuto da un rapporto con la sua ragazza Mary. Comincia ad impazzire soprattutto da quando il figlio sembra ammalarsi misteriosamente. È possibile interpretarlo in mille maniere, soprattutto ricordando la frase detta da Lynch stesso, secondo il quale “è il film più religioso” che l’autore abbia mai girato. Ciò che è indubbio è che nonostante la carenza di mezzi, l’opera è già molto intensa e misteriosa, oltre che caratteristica di uno stile particolare e spaventoso, sensorialmente disturbante dalle immagini al cupo sound design curato dal regista. Stanley Kubrick lo faceva vedere a ripetizione sul set di Shining (1980) e Shinya Tsukamoto lo ha probabilmente utilizzato come ispirazione per certi aspetti di Tetsuo (1989).
The Elephant Man (1980): David Lynch sbarca ad Hollywood grazie a Mel Brooks (che rimase impressionato da Eraserhead e che non volle che il suo nome apparisse troppo enfaticamente nei titoli di testa di The Elephant Man perché sennò il pubblico non avrebbe preso sul serio l’opera), ma non abbandona (ancora) il bianco e nero e certe brevi sequenze visionarie, oniriche, industriali e piene di tensione, anche grazie al sound design ideato da Lynch non troppo dissimile da quello del film precedente, che legano il suo film su commissione ad un mondo estetico legato al Cinema d’autore ed al Cinema underground. Il film ha un ottimo successo commerciale e di critica ma non tutti ne hanno capito la profondità e l’importanza nel riuscire a coniugare alla perfezione i canoni narrativi hollywoodiani con lo stile cupo e grezzo del regista. La trama, tratta da una storia vera, è molto emozionante: John Merrick, interpretato da un irriconoscibile John Hurt, è un uomo deforme, probabilmente malato di sindrome di Proteo anche se nell’immaginario collettivo il suo nome è collegato alla neurofibromatosi, che ha una propria individualità, cultura ed intelligenza ma ha vissuto per anni come fenomeno da baraccone, ossessionato dalla morte della madre uccisa dagli elefanti. Viene introdotto nel mondo della società inglese da un dottore, Frederick Treves, interpretato da Anthony Hopkins al suo meglio, che lo tratta prima come paziente e poi come amico. Molte le scene intense, soprattutto nell’ultima tragica mezz’ora. È paragonabile forse a L’enigma di Kaspar Hauser (1975) di Werner Herzog per come esprime una sorta di descrizione di pregi e difetti degli esseri umani tramite lo sguardo di un uomo molto ‘diverso’.
Dune (1984): Ritenuto di solito la Caporetto di Lynch, questo blockbuster fantascientifico, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Frank Herbert, doveva essere diretto dal cileno Alejandro Jodorowsky, forte del successo di El Topo (1970) e de La Montagna Sacra (1973), che si era già messo d’accordo per avere una scenografia disegnata dal geniale (da poco deceduto) Hans Ruedi Giger ed una colonna sonora composta dai Pink Floyd. Il progetto forse sarebbe risultato come una reinterpretazione troppo personale, tant’è che Dino De Laurentiis ha affidato il progetto a Lynch che l’ha successivamente disconosciuto, rendendo quindi questo fallimento più vicino ad una sconfitta del produttore che non ad una sconfitta del regista. A volte diverte, a volte intrattiene, più spesso è dispersivo, prolisso, verboso ed inutile, ma ha la sua stregua di ammiratori che lo trattano come un film di culto per gli anni ’80. All’epoca, però, fu una catastrofe: 40 milioni di dollari di budget, 2 milioni al Box Office. È incredibile che De Laurentiis abbia finanziato anche il successivo film di Lynch.
Velluto Blu (1986): Uno degli apici della filmografia del regista è questo thriller anticonvenzionale in cui nulla è quello che sembra ed in cui il sottotesto e l’approfondimento psicologico del protagonista celano un’oscurità impenetrabile e cupissima – riguardo alla quale vale la pena vedere i tre quarti d’ora di scene eliminate reperibili su YouTube. Infatti il personaggio principale, Jeffrey Beaumont, interpretato con delicatezza ma non senza qualche doverosa ombreggiatura dal bravissimo Kyle MacLachlan (anche protagonista di Dune), è a suo modo rappresentativo dell’intera opera lynchana: del resto il suo pensiero ed il suo stile di vita sono legati ad una visione positiva dell’universo, cosa che non viene cambiata neanche dopo che il suo personaggio viene messo a nudo (fisicamente e concettualmente) e dopo che gli vengono mostrati orrori grotteschi di cui solo i peggiori esseri umani si possono macchiare. Questo giallo/poliziesco/thriller è anche un’allegoria, metacinematografica a causa dei riferimenti continui al voyeurismo, dell’eterno conflitto tra il Bene (violento) ed il Male (seducente). È uno dei film dell’autore più amati anche perché è il perfetto compromesso tra uno stile da film drammatico più convenzionale e la follia grottesca e surreale che caratterizza invece le sue opere più personali.
Cuore Selvaggio (1990): Nicolas Cage con una giacca di pelle va in giro per gli Stati Uniti in macchina con l’amata Laura Dern a ritmo di heavy metal mentre un circo confuso e grottesco di malati di mente gira loro attorno minacciando il futuro della loro relazione. C’è bisogno di continuare a commentare? Pura follia, a volte genialoide e a volte eccessiva, condita con un senso di anarchia visiva e concettuale che a volte sembra non andare a parare da nessuna parte: ecco cos’è Cuore Selvaggio. Fa ridere e contiene interessanti riferimenti alla cultura pop americana o ai residui freudiani del Cinema di Lynch (a partire dalle figure paterne oscene, ben descritte da Slavoj Zizek nella sua Guida per i pervertiti al Cinema), ma non è tra le opere più memorabili del regista.
Fuoco cammina con me! (1992): Deluso dalla conclusione di Twin Peaks, senza l’approvazione di Mark Frost, Lynch aveva preparato una trilogia di film che potessero spiegare gli eventi della serie, aumentando i misteri e quindi ponendo ancora più domande. Alla fine è riuscito a farne solo uno (da cui ha tagliato 45 minuti di scene che dovrebbero essere aggiunti quando il film uscirà in blu-ray, pare – o forse no…), considerato generalmente uno dei film minori del regista. Ma è comunque intensissimo, anche per l’assenza di una linea che divida realismo e sogno. La scene folli e deliranti, spesso incoerenti narrativamente o in apparenza sconnesse, sono spesso collegate ad ossessioni cromatiche: il rosso, le luci blu o bianche lampeggianti, ma anche il nero ed il bianco. Misteriosissimo ed ostico la maggior parte del tempo, ha i maggiori pregi nella colonna sonora di Badalamenti (forse la migliore che lui abbia mai composto) e nel suo criticare l’industria televisiva come sottotesto rispetto alla trama, che racconta la settimana di vita di Laura Palmer prima della sua morte, dal punto di vista di lei stessa, del padre e di Dale Cooper. Sul finale c’è anche un lampo apparentemente religioso ma molto pessimista.
Strade Perdute (1997): Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia del subconscio’ (di cui Eraserhead probabilmente era una sorta di prologo), Strade Perdute è un film che si arriccia e si piega su se stesso come una striscia di Moebius. Cronologicamente sconnesso, mezzo onirico e mezzo reale, ha come protagonista un personaggio unico interpretato da due attori (il bravissimo Bill Pullman e il monocorde Balthazar Getty) che a loro volta interpretano due personaggi diversi, entrambi innamorati della stessa donna, interpretata da Patricia Arquette, che nel contempo è un’infedele moglie defunta ed un’attrice pornografica con un misterioso senso del romanticismo. Molte cadute di stile con una colonna sonora non sempre coerente con le immagini, è comunque un incubo suggestivo e sensuale oltre che una colonna portante dell’estetica lynchana e del suo senso della narrazione irregolare oltre che della sua concezione dell’ego maschile. È il suo film più concentrato attorno al sesso, forse anche più di Velluto Blu che pur essendo esplicito ed ossessivo a riguardo aveva comunque come tema principale un conflitto universale e non individuale. David Bowie, già amico di Lynch e già apparso in un cameo in Fuoco cammina con me!, ha composto la bellissima I’m Deranged apposta per il film, che ospita canzoni anche di Rammstein e Nine Inch Nails oltre che un cameo di Marilyn Manson.
Una storia vera (1999): Nella filmografia di Lynch è ancora più atipico di The Elephant Man, ed è anche più bello, poetico, profondo e commovente. Il titolo originale è molto più geniale: The straight story, ovvero “La storia dritta”, nel senso di “diritta”, “lineare”. Stranissimo per Lynch, che qui si ritrova a dirigere una storia non solo diritta ma anche, appunto, vera e soprattutto lenta: il 73enne Alvin, residente nell’Iowa e interpretato dal bravissimo Robert Farnsworth, scoperto che il fratello con cui non parla da anni è malato, decide di andarlo a trovare nel Winsconsin. Il viaggio, apparentemente troppo lungo per essere fattibile, viene compiuto a bordo di un solitario, melanconico, arrugginito trattore, piccolo e malconcio. La storia risulta essere di un intimismo poco parlato, riflessivo e umano, e Lynch ritaglia per la macchina da presa numerose pause che usa per inquadrare il vuoto e lasciare che lo sguardo dello spettatore vaghi per conto suo e trovi da solo la risposta a dilemmi esistenziali che non vengono mai veramente posti verbalmente. La colonna sonora di Badalamenti non aiuta a trattenere le lacrime.
Mulholland Drive (2001): La storia dietro Mulholland Drive è lunga. Innanzitutto, Lynch aveva programmato di fare una nuova serie TV, uno spin-off di Twin Peaks che seguisse il personaggio di Audrey Horne (interpretata da Sherilyn Fenn), il cui futuro era incerto, mentre tentava di diventare una stella di Hollywood. Alla fine il progetto è rimasto, ma senza Audrey Horne, ed è stato girato un episodio pilota con protagonista Betty Elms, interpretata da Naomi Watts, ancora praticamente sconosciuta. La casa di produzione televisiva ABC comunque non apprezzò il girato, al che il regista, come fece tra l’altro con il ‘pilota europeo’ di Twin Peaks, si fece produrre dalla Studio Canal un lungometraggio, questo Mulholland Drive, con scene eliminate dal pilota originale e scene aggiuntive che lo rendessero auto concluso. È risultato il film del regista generalmente più amato dalla critica: per la sua ampiezza stilistica, per il deragliamento nell’onirico e nel melodrammatico dopo un’ora e mezza di apparente mistery-movie quasi canonico (il ‘quasi’ è importantissimo), per la maestosità delle scene di tensione e di incubo, per la rarefazione commovente della storia d’amore (e di sesso) omosessuale al centro della vicenda, ma anche, se non soprattutto, per la valenza metacinematografica del film intero (a partire dalle relazioni tra i personaggi), valenza che, mischiando l’idea di sogno con l’idea della confusione tra realtà e finzione che spesso è stata al centro dei conflitti metacinematografici anche di Bergman (molti sono i riferimenti registici espliciti a Persona (1966) del regista svedese), finisce anche per toccare la sfera estetica della critica alla scena hollywoodiana. Il finale è intensissimo, la colonna sonora di Badalamenti è meravigliosa, e l’apice assoluto è l’infernale sequenza del Club Silencio con la quale il film cambia completamente tono.
INLAND EMPIRE (2006): Lynch vuole che il titolo di INLAND EMPIRE sia scritto interamente in maiuscolo ed io esaudisco il suo desiderio. Vuole forse far girare intorno al suo ultimo capolavoro un alone di monolitico mistero, di mastodontica ambizione? Del resto un film di tre ore girato interamente in digitale che gira tutto attorno alla sovrapposizione di piani narrativi astratti ed imprecisi, con un sound design che è un’evoluzione del sottofondo degli incubi di Eraserhead ed una colonna sonora (stavolta composta da Lynch stesso) che è spesso vicina al cacofonico, come può non essere, a prescindere dalla sua qualità, un evento cinematografico epocale? Non c’è realtà, non c’è finzione, perché ce ne dovrebbe essere bisogno? 
INLAND EMPIRE è un film principalmente per quei cinefili (a cui appartengo…) che nel Cinema cercano principalmente un’immagine non autoconclusa, che lo spettatore possa completare da sé. La trama di INLAND EMPIRE è sconnessa, le sue immagini però parlano chiaro e sono più facilmente attaccabili l’una all’altra, come un puzzle profondamente labirintico ed ingannevole. Non c’è bisogno di capire INLAND EMPIRE in quanto il gioco alla sua base è quello di spronare lo spettatore a giungere alle proprie conclusioni. Lynch ha girato il film senza una sceneggiatura fissa, con un processo anticonvenzionale: scrivere una scena, girarla, scriverne un’altra, e così via, seguendo il proprio ‘train of thought’, spesso e volentieri guidato dall’ispirazione derivante dalla meditazione trascendentale che il regista pratica da sempre (ormai come mestiere…). Nel mezzo ha inserito una storia che lui ha definito essere “la storia di una donna in pericolo” in cui tutte le linee sconnesse vertono verso l’inevitabile lieto fine, a suo modo strappalacrime nonostante non si capisca veramente cosa succeda. È il film definitivo con cui un regista come Lynch dovrebbe comunque finire la propria carriera; ma le continue minacce di tornare dietro la macchina da presa portano spesso anche i fan ad odiare il regista di Missoula con la sua tendenza a procrastinare pur di dedicarsi ad attività lontane dalla settima arte, a cortometraggi dispersivi o a dischi di musica elettronica, o soprattutto alla diffusione della meditazione trascendentale. Eppure, forse, un lungometraggio progettato per il futuro non è così lontano…

Nicola Settis

"Nicola Settis nasce a Pisa ed è un appassionato di Cinema da sempre, con una passione particolare per i film d'autore orientali, tra Kurosawa e Kitano, ed europei, tra Fellini, Tarkovskij, Herzog e Tarr. Oltre a non essere mai sazio di cultura cinematografica, ha tra i suoi interessi secondari la musica, la televisione, l'animazione e la letteratura. Scrive ogni tanto su daParte firmandosi 7isLS"

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