Sangue sul muro

Visioni, deliri e racconti a proposito di cultura horror, musica, cinema, libri e humor nero tendente al macabro...

venerdì 8 agosto 2014

Twin Peaks, il genio di David Lynch tra mito e sogno...


Nel 1989, David Lynch e Mark Frost cominciarono a mettere in atto una delle più importanti collaborazioni della storia della TV e tramite essa partorirono I segreti di Twin Peaks (1990-1992), serie televisiva rivoluzionaria e di culto che ha reso più sottili i confini tra televisione e Cinema e che ha avvicinato David Lynch al grande pubblico. Non preoccupatevi, niente spoiler.
La trama gira attorno all’omicidio di Laura Palmer (interpretata da Sheryl Lee), una bella ragazza di una cittadina provinciale del Nord America al confine con il Canada (Twin Peaks, appunto), ritrovata avvolta nella plastica sulla superficie di un lago pochi giorni dopo l’omicidio di un’altra ragazza, Teresa Banks, ritrovata nelle stesse condizioni. Un agente FBI, Dale Cooper (Kyle MacLachlan, protagonista di altri film di Lynch come Dune e Velluto Blu), giunge a Twin Peaks per indagare ed i suoi metodi bizzarri e anticonvenzionali rivelano che, dietro a quello che potrebbe sembrare un semplice omicidio a sfondo sessuale, c’è in realtà un ermetico mondo di sogni e allegorie la cui portata è di dimensioni insospettabili per gli abitanti della città. I personaggi sono tantissimi ed insieme ad essi ci sono innumerevoli relazioni interpersonali complesse in continua mutazione: tra la femme fatale che è la Audrey Horne di Sherilyn Fenn, il buon Pete interpretato dal sempre fidato Jack Nance, il Bobby à la James Dean con la faccia deforme di Dana Ashbrook, i fratelli Horne interpretati con spirito da Richard Beymer e David Patrick Kelly e l’inquietante Windom Earle di Kenneth, si finisce per non sapere chi è davvero il membro migliore del cast e quale il personaggio più complesso ed interessante – ma io voto per Leland Palmer, reso meravigliosamente dalla cupezza tragica ma ambivalente delle espressioni facciali di Ray Wise. Oltre al casting perfetto, bisogna notare come nell’intera serie ripeta fino alla nausea un gioco di atmosfere, di toni e di genere ormai imitatissimo ma mai eguagliato: la logica del giallo, del poliziesco e del thriller viene soffocata da una ridondanza dei dialoghi riguardanti le relazioni interpersonali (che spesso sfociano nella soap opera e nella retorica), e dietro ad entrambi questi lati c’è l’ombra terrificante del grottesco, del surreale, dell’inaspettato e del metaforico.
Ma andiamo con ordine. David Lynch ha girato il pilota de I segreti di Twin Peaks nel 1989 chiedendo, insieme a Mark Frost, all’ABC di finanziargli una stagione. “Twin Peaks nasce più dall’amore per l’America che non dal nichilismo”, ha detto di recente il regista per spiegare come la serie non sia propriamente pessimista, ma più che altro una lettera d’amore per un certo tipo di atmosfera che Lynch ha dimostrato di amare anche in altri casi, ma una lettera d’amore ‘macchiata di sangue’. Spaventato dal verdetto dell’ABC ma deciso a fare in modo che il progetto andasse da qualche parte, Lynch ha proseguito a dirigere un finale alternativo per questo episodio, che lo rendesse autoconclusivo, ma senza alcuna logica narrativa. Dopo, infatti, un’ora e mezza di puro pathos, condito con un leitmotiv eccessivo del pianto e del lutto, ma anche di spiccato senso dell’umorismo, la trama dell’opera si sarebbe spostata sul versante grottesco per far giungere Dale Cooper immediatamente di fronte all’assassino, un uomo misterioso di nome BOB, prima di una scena onirica ‘ambientata 25 anni dopo’ in cui un Cooper invecchiato si trova in un’assurda stanza rossa con Laura Palmer ed un nano, chiamato Uomo da un altro mondo, interpretato da Michael J. Anderson, che parla al contrario e balla con in sottofondo un bellissimo brano jazz composto da Angelo Badalamenti, Dance of the dream man. Insomma, pura incoerenza narrativa lynchana. Questo pilota con finale alternativo è finito per essere un cosiddetto ‘pilota europeo’ che sarebbe finito come film TV sui canali europei se la serie non fosse stata accettata dalla ABC, che però ha deciso di finanziare 8 episodi a Lynch e Frost, dando loro carta bianca. Si sono sbizzarriti.
È indubbio che tra gli intenti di Lynch ci fosse quello di confondere lo spettatore, ma non poteva capire quanto perché non aveva idea della portata e del numero di spettatori che Twin Peaks si sarebbe ritrovata ad avere. Dopo un primo episodio così sconquassante e tragico, andato in onda per la prima volta l’8 aprile 1990, c’è voluto poco prima che il regista statunitense non tirasse fuori l’asso della manica di turno, e fu così che il terzo storico episodio della prima stagione si è concluso con l’evento più estremo e delirante della storia della TV: l’episodio, uno dei sei diretti da Lynch, si conclude con Cooper che, dormendo, ha un sogno che non è altro che un montaggio degli eventi cupi girati per la fine del pilota europeo, con la scena del nano mostrata per intero.
Considerando che il pubblico di Twin Peaks era in buona parte composto da casalinghe e da madri che si interessavano più al lato da soap opera che non al mistero, la scena fu di un impatto mostruoso e l’episodio è tutt’ora considerato uno dei pilastri della storia della TV. Gli ascolti, già alti, aumentarono e tutti erano pronti per una prima stagione piena di assurdità, ma, purtroppo o per fortuna, non ve ne furono poi più così tante. Ma i misteri continuavano, il grottesco pure, e lo zampino di Lynch si sentiva sempre dietro l’angolo, dietro le bellissime musiche di Badalamenti, tra l’intimismo pacifico della sigla o il dramma del tema di Laura Palmer. E la stagione si è conclusa, letteralmente, con un bang – Frost e Lynch avevano già programmato di concludere l’ottavo episodio con un cliffhanger, così da potersi accattivare le reti televisive per poter finanziare una seconda stagione. Nessuno ci credeva, ma i soldi arrivarono, e con essi la seconda stagione (che dura quasi il triplo della prima) che è partita con il botto, ovvero con due episodi diretti da Lynch, entrambi pieni di misteri irrisolvibili e virate nel grottesco e nel surreale, soprattutto il primo, uno degli episodi migliori, perfettamente bilanciato tra l’umorismo e l’onirico. 
Vengono introdotti altri personaggi, come il Gigante, il cameriere anziano e la misteriosa signora anziana col giovane nipotino biondo (interpretato dal figlio di Lynch), ed il mistero si infittisce. Dopo quattro episodi in crescendo, giunge il nuovo episodio di Lynch e con esso anche il climax narrativo ed emotivo di metà seconda stagione, oltre che la rivelazione che tutti volevano: chi ha ucciso Laura Palmer? Il problema di base è che Lynch voleva che tale rivelazione venisse procrastinata fino all’esasperazione, ma no, l’ABC voleva che venisse detto subito perché i fan erano impazienti. Più che altro, dopo la rivelazione (resa benissimo con una scena disturbante e sofferente, una delle migliori della serie), sono bastati altri due episodi di media qualità per considerarne le conseguenze, e poi la serie è finita in un baratro. Ascolti bassi, sceneggiatori e registi nuovi ed emergenti, pochi appigli narrativi a cui aggrapparsi; ma c’era chi ragionava ancora con ottimismo e continuava a lavorare per Twin Peaks, principalmente con lo scopo di ricreare atmosfere grottesche e poco altro. Un po’, si scendeva nel ridicolo, ed un po’ nel metafisico, sprigionando sottotrame più vicine al complottismo fine a sé stesso che non alla finzione. Nonostante Windom Earle fosse un antagonista dalle mille possibilità, solo Lynch avrebbe potuto salvare la serie dal disastro, ed ha indossato un’ipotetica tuta da supereroe per mettersi dietro la regia del finale di stagione, un episodio che contenesse tutto ciò che faceva impazzire i veri fan: colpi di scena ed un bel po’ di stranezze. Nel finale più tragico e perfetto possibile, con l’unico difetto delle sottotrame in sospeso, Lynch ha inserito una macrosequenza onirica impossibile da leggere nella sua completezza, ma suggestiva e surreale come solo il regista di Missoula sa fare. L’ABC, tuttavia, non osò finanziare una terza stagione, e Twin Peaks si conclude nel baratro dopo 30 episodi.
Lynch non si arrese e nel 1992 pensò bene di fare Fuoco cammina con me!, un film considerato tra i suoi minori ma che mischia realismo e sogno con un senso cromatico e grottesco magari acerbo da un punto di vista artistico ma molto raffinato da un punto di vista emozionale. Il film inizia con Leland Palmer che colpisce una TV con un’ascia: che sia una maniera neanche troppo implicita per condannare l’ABC? Il film, che sarebbe dovuto essere una maniera per rispondere a molte domande lasciate dalla serie ma non ha fatto altro che alzarne di nuove, fu un flop: la trama raccontava la settimana prima della morte di Laura Palmer, ed il film doveva far parte di una trilogia che sarebbe continuata con gli eventi successivi al finale della seconda stagione, film che non sono mai stati girati. In compenso, da Fuoco cammina con me! furono eliminati ben 91 minuti adesso reperibili nel nuovo cofanetto blu-ray Twin Peaks: The Entire Mystery. Le scene sono all’80% costituite da cose inutili per i fan: scene con Pete o Norma o Donna o il dottor Jacobi. Ma il 20% restante è un grande gioiello.

Una delle sequenze più incomprensibili della storia del mondo di Lynch è la scena di Fuoco cammina con me! dedicata al ritorno di Philip Jeffries (interpretato da David Bowie) all’FBI: nessuno sa da dove viene, Dale crede che venga da un qualche mondo onirico, e appena appare non fa altro che blaterare qualcosa su un personaggio di nome Judy che noi spettatori non conosciamo, per poi scomparire nel vuoto si sovrappongono immagini surreali al suo volto e ai volti di Cooper e altri: immagini riferite a personaggi della serie, come l’Uomo da un altro mondo e BOB e altri personaggi a noi sconosciuti. Nelle scene eliminate del blu-ray, abbiamo un quarto d’ora abbondante in cui vediamo sia il percorso di Jeffries che le scene con l’Uomo da un altro mondo e BOB nel piano di sopra del minimarket, separatamente, in maniera molto meno confusa, anche se assolutamente incomprensibile da un punto di vista sia contenutistico che narrativo. Però, vediamo anche (pochi) eventi che succedono dopo il finale della seconda stagione. Questi sono necessari, anche se non particolarmente interessanti per il procedimento dell’operazione Twin Peaks.
Detto ciò, sono passati 25 anni dal 1989, anno in cui è ambientata l’intera serie, compresa la scena onirica in cui Laura dice a Cooper “ci vedremo tra 25 anni” – eppure, oltre al meraviglioso cofanetto blu-ray, non si vede ombra del ritorno sui nostri schermi della cittadina statunitense e dei suoi stralunati abitanti. In compenso, possiamo godere dell’influenza che ha avuto sulle grandi serie TV del futuro prossimo, tra il senso dell’angoscia e dell’ignoto di The X-Files, l’uso dell’onirico ne I Soprano (per me la migliore serie TV di tutti i tempi) e il mix tra mistero esistenziale e costante dialogo interpersonale di Lost e compagnia bella.

Nicola Settis

"Nicola Settis nasce a Pisa ed è un appassionato di Cinema da sempre, con una passione particolare per i film d'autore orientali, tra Kurosawa e Kitano, ed europei, tra Fellini, Tarkovskij, Herzog e Tarr. Oltre a non essere mai sazio di cultura cinematografica, ha tra i suoi interessi secondari la musica, la televisione, l'animazione e la letteratura. Scrive ogni tanto su daParte firmandosi 7isLS"

martedì 29 luglio 2014

M'illumino di horror

Mi sono sempre chiesto che cosa spinga le persone a guardare film horror e, anche se una simile domanda si presta a svariate interpretazioni (affrontare le proprie paure inconsce, il brivido delle emozioni forti, la sana cacarella che ti prende le viscere e ti fa saltare dalla sedia quando l'assassino salta fuori con il coltello tra i denti etc...) penso che soprattutto sia una questione di passione. 
Di blog che parlano di film dell'orrore ce ne sono parecchi sul web, ma in questi giorni ne è nato uno di cui penso che in futuro si parlerà parecchio: Millumino di Horror. E' curato da una ragazza di notevole talento, Chri Schramm, e chiunque si dichiari un cultore horror dovrebbe dargli immediatamente un'occhiata. 
Perchè Cri Schramm è una che di passione per il genere ne ha parecchia; e come se non bastasse la ragazza è di una competenza rara, scrive dannatamente bene e riesce ad analizzare i contenuti di una pellicola come raramente mi è capitato di leggere. 
Il link lo trovate qui sotto, cliccando sull'immagine. Non mi resta che augurarvi buona lettura e buon divertimento. Che l'orrore sia con voi...

lunedì 14 luglio 2014

Tom Waits, la discografia: terza ed ultima parte


Clicca qui per la seconda parte
The Black Rider (1993): Tratto da un'opera tetatrale con la regia di Robert Wilson, e con la collaborazione ai testi del monumento della Beat generation William S. Burroughs, The Black Rider è un concept album che risente solo in minima parte della sua origine teatrale. Le composizioni di Waits sono quanto di più suggestivo ci si possa aspettare in un'opera del genere, ed alcune sono talmente belle da poter essere valutate al di fuori del contesto generale, come gioielli rock d'avanguardia teutonica (l'opera è ambientata in Germania, e i suoni ne risentono più che nelle opere di matrice KurtWeilliana precedenti). Insomma, prima ancora che un'opera teatrale, The Black Rider è Waits al cento per cento. Non voglio addentrarmi più di tanto nel valore artistico letterario di questo lavoro: non essendoci una traduzione italiana dei testi mi sarebbe alquanto arduo: ma una cosa posso sicuramente affermarla, e cioè che The Black Rider verrà sicuramente rivalutato, nel tempo, come una delle opere concettuali e musicali più degne di nota dei nostri tempi. I testi di Burroughs hanno una liricità espressiva e una musicalità implicita che la musica di Waits riesce a far risplendere come nessun commento sonoro era mai riuscito a fare, e, forse mi ripeto, Waits non è mai stato così lucido e determinato nel voler affermare la sua unicità compositiva: Ascoltate, per credere, November, Just The Right Bullet, 'Taint' no sin (cantata, si fa per dire, dallo stesso Burroughs), The Briar and the Rose, I'll shoot the Moon, Gospel train, The Last Rose of the Summer e piano piano capirete cosa voglio dire. Non per tutti i gusti, ma sicuramente una pietra miliare.
Mule Variations (1999): Sono passati sette anni dal suo ultimo album di studio (Bone Machine), sette lunghissimi anni in cui sembrava che il nostro beniamino avesse perso qualsiasi interesse per la musica: si narra che in questo lasso di tempo si sia dedicato alla meccanica e alla motoristica, ma non è chiaro se si tratti di leggenda oppure di verità. In ogni caso, Mule Variations è il ritorno che tutti i fan aspettavano e non delude le aspettative. Quasi tutte le canzoni sono a firma Waits-Brennan: si parte con la caotica e nevrotica Big in Japan per finire con l'altrettanto caotica, ma a suo modo solare, Come on Up to the House, una ballatona sgangherata e piena di calore, con il vocione esagerato del vecchio Tom a sovrastare l'armonica scintillante del grande Charlie Musselwhite. Nel mezzo, una serie devastante di brani tra blues minimalista, ballate di carta vetrata, psichedelia da Beat Generation e il disordine assordante ma calcolato che ormai rappresenta il suo marchio di fabbrica. Hold on è semplicemente perfetta, Cold Water un rock-blues alcolico da mozzare il respiro, Picture in a frame e Take it with Me due delle ballate più struggenti e poetiche che il nostro eroe abbia mai scritto. Ma non finisce qua: Black Market Baby, Chocolate Jesus, la già citata Come on Up to the House: sono tutte degne di imperitura memoria e ascolto. Un indimenticabile ritorno per uno dei più grandi Story-Teller di tutti i tempi.  
Alice (2002): Firmato dall'ormai indivisibile coppia (sia nella vita che nella carriera artistica) Waits-Brennan, questo concept-album del nuovo millennio segna il ritorno di Waits alla forma teatro musicale che aveva contraddistinto The Black Rider. Non è un caso che lo spettacolo teatrale di Alice venga nuovamente portato in giro per il mondo con Robert Wilson alla regia. Rispetto a Black Rider, però, c'è da sottolineare una maturità musicale più delineata, e di conseguenza una coerenza stilistica più lineare. In parole povere, mentre The Black Rider risentiva un po' della sua origine teatrale, Alice è un prodotto artistico che vive di vita propria, e quindi non necessita di una compensazione visiva, per così dire, dato che buona parte delle composizioni presenti in questa "raccolta" (rare eccezioni a parte, vedi Kommenienezuspadt) sono di una bellezza e di un'autonomia tali che ci si può tranquillamente lasciare andare all'ascolto puro ed essenziale. La title track è un diamante polveroso, Flower's grave ti scioglie l'anima, Lost in the Harbour è sghemba e fascinosa come solo Waits può esserlo, I'm still Here una languida coltellata all'anima, Fawn una discesa aerea sulle lande Irlandesi. Insomma, da avere e da ascoltare fino alla nausea.
Blood Money (2002): Un'altra piece teatrale di origine tedesca (Woyzeck di Buchner, dal quale anche il grande Herzog ha tratto un mezzo capolavoro con il mitico Kinsky... ma questa è un'altra storia...), sempre con la collaborazione di Robert Wilson, regista della trasposizione scenica, è lo spunto dal quale Waits trae ispirazione per il suo secondo album del 2002. Musicalmente parlando, Blood Money è sicuramente al livello di Alice, e quindi un quasi capolavoro, ma per certi versi è più duro e pessimista. Canzoni più cupe, quindi, e una musicalità che si addentra nell'animo umano per rovistarne le viscere, rivoltandoti l'animo come un calzino. Ci sono le ballate struggenti e ci sono i pezzi duri (God's Aways on Business su tutti), le sonorità Weilliane e l'indolenza bluesata dei suoi lavori passati... è difficile, se non impossibile, etichettare in un qualsiasi modo Blood Money, ma una cosa è certa: Waits è anni luce avanti qualsiasi cosa sia mai stata composta fino a questo momento, e nello stesso istante riluce di una bellezza antica e senza tempo. Impossibile citare i pezzi migliori, dato che tutto l'album è semplicemente geniale. Una curiosità: per la prima volta troviamo uno dei figli di Waits, Casey, alle percussioni.
Real Gone (2004): Ormai il duo Waits-Brennan è diventato una realtà indivisibile, e questo nuovo lavoro non è che la conferma di questo assioma. Anche il figlio Casey sembra ormai entrato definitivamente nel "gruppo" e tutte le parti alla batteria portano la sua firma. Detto questo, Real Gone non è il capolavoro che forse qualcuno si aspettava dopo la quasi perfezione dei precedenti due album. Non è un brutto album, Waits probabilmente non ne ha mai inciso uno, ma di sicuro è uno dei suoi minori. Troppo duro, ringhioso e - soprattutto - troppo poco melodico, persino per i fan più sfegatati. Neppure la bellezza cristallina della chitarra di Marc Ribot riesce a risollevare le sorti di un album che, di sciuro, non sarà ricordato come una pietra miliare tra i lavori di Tom Waits.  Come se non bastasse, non c'è una sola partitura per piano: e ascoltare Waits senza una nota del suo piano è un po' come ascoltare Eric Clapton senza chitarra, non so se mi spiego... ci sono del resto molte cose da salvare, in questo Real Gone: la ritmata Hoist that Rag, l'indiavolata Shake It, l'originale blues sgangherato di Trampled Rose, e il rock urbano di Make it Rain su tutto.  
Orphans (2006): Sottotitolato Brawlers (attaccabrighe), Bawlers (piagnoni) & Bastards (vabbeh, questa è facile), Orphans è un triplo cd che raccoglie 30 inediti e 24 rarità del vecchio Tom, e che quindi non può assolutamente essere considerato una raccolta ma un vero e proprio "nuovo" album di inediti. Il primo cd contiene i pezzi più ritmati e rockeggianti: si parte con una fulminante Lie to Me e si prosegue con una manciata di canzoni decisamente notevoli. Tra tutte, impossibile non esaltarsi per Lucinda (una splendida ballad), il gospel sporco e ruvido di Lord I've Been Changed, Il rock lisergico e bluesato di Road to Peace, il classico riveduto e corretto (al whisky) di Sea of Love e la bellissima, sempre emozionante Rains on me. Il secondo cd raccoglie invece alcune delle ballate più struggenti (per questo il titolo auto-ironico) che il nostro eroe abbia mai scritto, su cui svetta una strepitosa You Can Never Hold Back Spring (la stessa suonata nel film di Benigni La Tigre e la Neve), un'altrettanto meravigliosa Long Way Home, la nenia irlandese Widow's Grove, la Weilliana Little Drop of Poison, Fannin' Street e altri piccoli capolavori, impossibile citarli tutti, che fanno di questo secondo cd il migliore di tutta la raccolta. Il terzo cd è invece una sorta di  "taccuino" nel quale sono raccolte tutte le sperimentazioni sonore, a volte ai limiti della cacofonia, e i racconti (a volte stralunati), che il vecchio Tom si è divertito ad incidere su "nastro". E' quello sicuramente di minore fruibilità del trittico, anche se alcuni pezzi sono di notevole interesse: c'è persino una poesia del grande Bukowski (Nirvana), tra le altre cose... certo, se si trattasse di recensire unicamente quest'ultimo cd, non consiglierei Orphans neppure al mio peggior nemico. Ma i primi due cd della raccolta sono eccezionali, non ci piove, e da soli valgono l'acquisto-ascolto di questa strepitosa uscita discografica.
Glitter and Doom Live (2009): Il terzo Live, sunto del tour mondiale che Waits ha intrapreso nel 2008, è anche il migliore di quelli che lo hanno preceduto (Nighthawks at the Diner e Big Time). Glitter and Doom raccoglie il meglio della sua produzione: non c'è una sola canzone che non meriti di essere definita meno che un classico, tra le diciassette del gruppo. Era da tempo che i fan si aspettavano da Waits un live come Dio comanda, ed ecco che finalmente il vecchio Tom accontenta tutti e pubblica un live dove le sue dissertazioni non sono troppo invadenti (come nel primo) e dove la varietà delle canzoni proposte abbraccia il meglio della sua produzione recente, a partire da Bone Machine in poi. Insomma, un live altamente consigliato. 
Bad as Me (2011): Il disco parte alla grande con un'elettrizzante Chicago e prosegue tutto d'un fiato con una manciata di canzoni che dimostrano quanto, a sessant'anni suonati, Waits non abbia perso un briciolo della sua ispirazione, e sia ancora in grado di regalarci qualche brivido. Certo, non c'è più l'originalità dei suoi lavori più sperimentali e riusciti, ma è impossibile non rimanere affascinati da ballads come Back in the Crowd e Pay Me, o non ballare spasmodicamente, come in preda ad una crisi epilettica, mentre si ascolta l'anfetaminica Bad as Me o l'elettrizzante Get Lost. Bad as Me, insomma, è un album degno di Waits: i fans (io per primo) non hanno di che lamentarsi. 

venerdì 4 luglio 2014

ToHorror Film Festival: quando Torino si tinge di sangue...

Tra tutti i Festival cinematografici italiani, il ToHorror è di sicuro uno dei più interessanti e vitali (mortali forse è meglio: si parla pur sempre di horror). Si svolge a Novembre, il mese dei morti per l'appunto, e nelle passate edizioni ha avuto il piacere di ospitare personalità illustri, come il maestro Dario Argento e quello che molti definiscono il suo erede più promettente, Federico Zampaglione; anche se al mitico Dario pare venga l'orchite ogni volta che sente questa cosa... ad ogni modo, essendo un Festival indipendente, non sovvenzionato in alcun modo dallo stato quindi, è in corso di svolgimento una raccolta fondi alla quale chiunque può partecipare. Ma lasciamo che a parlare siano gli organizzatori, e scopriamo qualcosa di più a proposito di questa lodevole e altamente professionale iniziativa.  

Il ToHorror Film Festival è un festival internazionale dedicato al cinema e alla cultura del fantastico, creato e realizzato ogni anno a Torino dal 1999 dall'associazione Deinos – cultura e cinema.
Le opere in competizione al ToHorror si dividono in tre categorie: lungometraggi, cortometraggi e sceneggiature. La selezione del festival permette di scoprire sul grande schermo nuovi talenti o nuove opere di autori più conosciuti che difficilmente potrebbero essere visti nelle sale cinematografiche.
Oltre alle proiezioni dei lungometraggi e dei cortometraggi, il festival offre eventi cinematografici fuori dal concorso con anteprime nazionali ed internazionali.
Il festival non si limita solo al mondo del cinema ma offre anche uno sguardo su ogni tipo di produzione di genere: incontri letterari, presentazioni di fumetti, performance ed eventi teatrali, concerti live e dj set, mostre, incontri con registi, critici ed esperti.
Tra gli autori che hanno recentemente onorato il festival con la loro presenza vogliamo ricordare il maestro Dario Argento, Jean Rollin, compianto regista francese che ha portato sul grande schermo vampiri dall'incredibile carica erotica, Federico Zampaglione, nome più che legato alla rinascita del cinema horror italiano grazie ai suoi film Shadows (2009) e Tulpa (2012), Andreas Marshall (Masks, 2012), Forzani & Cattet (Amer, 2009), Lorenzo Bianchini (Oltre il guado, 2013), Alex Chandon (In Breed, 2012), Ivan Zuccon (Wrath of the crows, 2013) e molti altri autori del nuovo cinema indipendente europeo.

Perché siamo qui?
Abbiamo deciso di iniziare una campagna di raccolta fondi perché abbiamo bisogno di un budget più ampio per assicurare ospitalità a tutti gli autori in competizione e per organizzare gli altri eventi del festival (concerti, mostre, performance etc). Tutti i soldi fino all'ultimo centesimo verranno usati solo per questa parte. È importante per noi il vostro aiuto perché siamo un festival completamente indipendente, non riceviamo fondi né dal settore pubblico né da quello privato. L'ospitalità è per noi la parte più costosa soprattutto quando abbiamo ospiti che arrivano da diversi paesi in tutto il mondo! Vogliamo avere la possibilità di invitare tutti gli autori ad intervenire al nostro festival per dare al pubblico la possibilità di incontrare davvero gli autori e divertirsi grazie agli eventi collaterali che organizziamo.
Il nostro obiettivo non è impossibile: 5000 euro non è una cifra così astronomica ma per noi sarebbe già un grande aiuto. Se non raggiungeremo il nostro obiettivo, useremo tutto ciò che è stato raccolto per l'ospitalità e gli eventi.
Cosa puoi fare per aiutarci?
Sappiamo bene che a volte si vorrebbe aiutare ma che può essere economicamente difficile, se questo è il tuo caso c'è comunque qualcosa che puoi fare per sostenerci: diffondi la nostra campagna sui social e tramite il passaparola e metti un mi piace sulla nostra paginafacebook!
Cosa otterrai in cambio?

La nostra eterna riconoscenza non ti basta? Allora dai un'occhiata a destra per vedere i diversi premi per i sostenitori: biglietti per le proiezioni, pass VIP, la nostra mannaia, la possibilità di andare a cena con gli autori invitati e, per uno spendaccione fortunato, la possibilità di essere il rappresentante del pubblico nella giuria ufficiale!

domenica 29 giugno 2014

Tom Waits e la sua musica (la discografia completa, seconda parte)

Clicca qui per la prima parte


One From the Heart (1982) Colonna sonora interamente scritta da Waits per il film di Francis Ford Coppola (è stato lo stesso regista a commissionarne il lavoro) Un sogno lungo un giorno. Vi sono brani strumentali, alcuni duetti con Crystal Gayle e canzoni con la sola voce della cantante country. Un lavoro discreto, ma nulla di eccezionale. Notevoli Little boy blue e Opening Montage.
Swordfishtrombones (1983): Waits reinventa Waits e compone l'albume del suo terzo periodo, quello Weilliano. Sono infatti le musiche del compositore tedesco, il quale ebbe una proficua collaborazione con Bertold Brecht, del quale musicò le opere, ad essere la fonte d'ispirazione principale durante la stesura di questo album. Le sonorità dure, spigolose ed affascinanti di questo album sono il punto di rottura definitivo di Waits con il mondo del Pop (se mai uno come Waits abbia potuto farne parte) e lo collocano di prepotenza nell'Olimpo della musica d'Autore contemporanea, elevandolo qualche gradino al di sopra qualunque cosa sia stata fatta negli Stati Uniti fino a quel momento (Captain Beefheart a parte, forse). Non è un caso che questo nuovo lavoro venga pubblicato con una nuova etichetta, la Island, più aperta alle nuove sonorità, difficili ed emblematiche del cantautore californiano. Swordfishtrombones è un capolavoro senza tempo, un caleidoscopio di suoni, rumori, melodia e ritmo che ti entra sotto pelle dopo diversi ascolti, ma una volta lì sotto non ne esce più. Nuovi suoni e nuovi strumenti (Marimba, cembali, percussioni africane) fanno di Swordfishtrombones il capolavoro che ha destrutturato la musica pop stravolgendone i limiti e le coordinate. Difficile etichettarlo, ed altrettanto difficile definirlo. Semplicemente geniale e semplicemente Waitsiano. Tra le composizioni più belle: Shore Leave, Johnsburg (Illinois), 16 Shells from a Tirthy-Ought six, In The Neighborhood, Just Another Sucker on the Wine, Swordfishtrombone, Down Down Down, Soldier's Things, Gin Soaked Boy.
Rain Dogs (1985): Il nuovo Waits ripete l'esperimento dell'album precedente, ed al nostro eroe si uniscono tutta una serie di amici-musicisti di rispetto che rendono il suono di Rain Dogs ancora più variopinto e tecnicamente ineccepibile nel suo essere sghembo e fuori dai canoni: Keith Richards, John Lurie, Marc Ribot e Greg Cohen solo per citare i più famosi. In alcune canzoni c'è una specie di riconciliazione di Waits con i generi popolari (il country di Blind Love, per fare un esempio), ma la sua voce si è ormai così incupita ed arrugginita-  fin quasi a disintegrarsi ogni volta in minuscole particelle nere come l'inferno - che è ormai diventato difficile, se non impossibile, definirlo pop. D'altro canto, c'è della poesia, nella sua cavernosità (così tanta da riempirne libri interi), ed alcuni pezzi di questo album saranno poi ripresi da artisti rock e portati alla fama mondiale (Time, Dowtown Train). Rumori, cacofonie, melodie e stravaganza geniale: Rain Dogs è tutto questo ed anche di più. Le migliori canzoni? Mi verrebbe quasi da dire: tutte... ma se proprio dovessi sceglierne qualcuna: Clap Hands, Jockey full of Bourbon, Tango 'till They're Sore, Time (di questa c'è anche una cover in italiano di Fiorella Mannoia), Blind Love, Downtown Train, Anywhere I lay my Head.
Frank Wild Years (1987): Musical ideato e scritto da Waits con la moglie Kathleen Brennan, compositrice e produttrice che Waits conobbe sul set di Un sogno lungo un giorno, Frank Wild Years è un concept album che condivide con Blue Valentine le reminiscenze urbane e con il Waits del secondo periodo (quello di Swordfishtrombones, per intenderci) le sonorità spigolose e destrutturate. Nell'insieme è un gran bell'album, che non risente minimamente della sua destinazione teatrale d'origine. Non un capolavoro come i due precedenti, ma ci sono diverse canzoni memorabili: Temptation, Innocent when you Dream (struggente), Way Down in the Hole, Straight to the Top, I'll take New York (quasi una versione allucinata e metamfetaminica di New York New York), Cold Cold Ground.
Big Time (1988): Il secondo live di Waits è la riduzione musicale di uno spettacolo teatrale del Cantautore californiano, da cui è stato tratto un film musicale a cui, come al solito quando si tratta di Waits, è difficile dare una definizione ben precisa. A metà strada tra il musical, il teatro canzone e la performing art, Big Time è un po' la summa del periodo più sperimentale e recente del genio di Pomona. Superfluo dire che andrebbe visto, oltre che ascoltato, almeno una volta. La scaletta dei brani include pezzi dei suoi lavori maturi: Swordfishtrombones, Rain Dogs e Frank Wild Yars. Stravagante, eccentrico e visivamente sgargiante, Big Time è Waits all'ennesima potenza. Per chiunque fosse interessato, qui si trova il film per intero. 
Bone Machine (1992): Dopo cinque anni dall'ultimo album di studio, Waits ritorna con l'ennesimo capolavoro. Suoni cupi ma gioiosi, malati eppure tremendamente vitali. Sembrerebbero contraddizioni in termini, eppure Waits riesce nuovamente a stupire (o stuprare) le orecchie dell'ascoltatore con canzoni che colpiscono nel profondo dell'anima, scatenandone gli istinti pulp-rock più genuini. Pieno di ritmo, rumori, cacofonie e pervaso dal suo vocione cavernoso e genuino, Bone Machine è l'album che non ti aspetteresti di sentire da chi pensi ormai abbia già detto tutto. Eppure Waits riesce per l'ennesima volta a rinascere dalle ceneri dei precedenti album e a consegnarci un nuovo stile, un ulteriore passo avanti verso la distruzione/ricostruzione dei suoni e delle melodie. Indimenticabili, come al solito, le sue ballad pianistiche (Whistle Down the Winda Little Rain). Con la collaborazione amichevole di Keith Richard e David Hildago (Los Lobos). Gioielli tra le molte perle: Such a ScreamWho are youJesus gonna be HereMurder in the Red BarnI don't Wanna Grow Up.

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giovedì 26 giugno 2014

Tom Waits: la discografia completa (prima parte)

Scrivere qualcosa a proposito di Tom Waits è un po' come catturare un raggio di luna in un bicchiere, ma per quel che le mie dita agili riescono a fare proverò a raccontarvi la discografia completa di un Artista (la maiuscola è d'obbligo) che, nel bene o nel male, ha illuminato la mia vita con lo splendore delle sue canzoni, addolcendola e a volte indurendola come solo un talento genuino sa fare. Quindi ecco a voi la lista completa degli album di Tom Waits, compilations escluse, perchè è chiaro che quando ami un un Artista come lui non ti puoi accontentare di una semplice raccolta.

Closing Time (1973): un esordio memorabile, che contiene "in nuce" tuttti gli elementi che caratterizzeranno la poetica del nostro eroe: la vita marginale dei beautiful losers, gli amori finiti male, il jazz e le notti disperate tra sigarette, alcool e donne da amare... si inizia con un classico degli Eagles "Ol' 55" e si prosegue con una manciata di canzoni che hanno già del classico: tra spruzzate country e sospiri blues, anche se a farla da padrone è il jazz notturno dei club, quello che vorresti ascoltare in una notte alcolica, perso tra i fumi dell'ennesima sigaretta e ricordi che ti spezzano il cuore. La voce non è ancora quella che lo ha reso unico, e a tratti non ti sembrerebbe neanche di ascoltare il vecchio Tom, ma le canzoni, tranne qualcuna non memorabile, sono già dei piccoli classici da annoverare tra le migliori pagine dell'American Songbook: I hope i don't fall in Love with you, Midnight Lullaby, Martha, Little trip to Heaven, Grapefuit Moon e Closing Time le migliori.
The Heart of Saturday Night (1974): Il secondo album di Mr. Waits è un altro piccolo gioiellino di blues jazzato, la perfetta colonna sonora per la notte californiana, calda e morbida come una puttana ubriaca. La poetica di Waits, sia nei testi che nelle parole, acquista in questo album una profondità e una consistenza che, se ancora non si può parlare di capolavoro, ci si può sicuramente intuire l'enorme talento del nostro eroe. Lo stile complessivo non si discosta molto dall'esordio, ma la virata verso il jazz è più marcata,  la voce si fa leggermente più scura e ci sono anche diversi inserti swing di matrice orchestrale (à la Frank Sinatra) che arricchiscono  le performance di Waits come i gioielli una corona. Molte le canzoni indimenticabili: San Diego Serenade, The Heart of Saturday Night, Please Call me Baby, Drunk on the Moon...
Nighthawks at the Dinner (1975): Terzo album e primo live nella carriera di Tom Waits. La carica artistica, emozionale ed umana del genio di Pomona (California) in tutto il suo splendore. Molta della bellezza di questo live risiede sicuramente nella potenza espressiva degli intermezzi (quasi comici) di Waits e quindi chi non mastica l'inglese/americano (ci sono anche spruzzi di slang) potrà forse non apprezzare appieno l'unicità di questo live. Ma show-biz a parte, le canzoni ci sono e tutte molto belle. A farla da padrone, come al solito, il blues e il jazz notturno, fumoso ed alcolico. Non sono molte, ad essere onesti, ma non ce n'è una che non sia ad un livello meno che buono. Ottimo, soprattutto, l'accompagnamento del quartetto che accompagna il piano di Waits. In questo live si può già notare di come la voce del vecchio Tom si stia incupendo, arrugginendosi come una vecchia lama. Il titolo è un omaggio dichiarato all'arte di Hopper e al suo lavoro più conosciuto (Nighthawks). Tra i capolavori presenti in questo live: Warm Beer and Cold Women (titolo memorabile), Spare Parts 1 e Nobody.
Small Change (1976): Il quarto album di Waits è quello che, a mio avviso, segna una svolta definitiva, soprattutto a livello vocale. Le corde vocali del nostro eroe "suonano", per la prima volta, ruvide, catramate e sinuose come una freeway americana. Si parte con Tom Traubert's blues, un lentaccio che sembra cantato da un Luois Armstrong in piena sbornia (Waits, del resto,  ha sempre dichiarato il suo amore per il Jazz Godfather di New Orleans), per poi proseguire con un indiavolato scat-jazz-rap, Step Right Up, in anticipo su tutti i tempi, un mix geniale di generi che distingue fin dalle prime note l'unicità del talento Waitsiano e poi via, con altri capolavori: una canzone più bella dell'altra. Small Change è di sicuro un album che si avvicina al capolavoro. Non c'è una canzone brutta e neppure una sotto tono (a parte forse Small Changes, che risente un po' del suo essere un talking blues): sono tutte piccoli gioielli, tra cui indimenticabili scintillano Invitation to the Blues, la già citata Step Right Up, The Piano has been drinking (Not me). Un album imprescindibile, insomma.
Foreign Affairs (1977): Un altro passo avanti verso la consacrazione definitiva del nostro eroe. Foreign Affairs è uno di quei lavori che ti rimangono nel cuore, non importa quante volte lo ascolti. A parte Potter's Field, l'ennesimo talking blues in cui la storia raccontata ha più valore della musica, le altre canzoni di questo album sono quanto di meglio Waits ha da offire in questa seconda parte della sua carriera: lo struggente strumentale di Cinny' Waltz, una manciata di ballad sghembe ed indimenticabili: Muriel, Burma Shave, un duetto d'altri tempi con Bette Midler (Never talk to the stranger), il jazz swingato di Jake & Neal- California, here I come e, come se non bastasse la bellezza compositiva del tutto, la sua inimitabile voce: roca e dannata come il fumo di mille sigarette. Un quasi capolavoro.
Blue Valentine (1979): Si potrebbe tranquillamente definire un concept album, questo Blue Valentine del '79: ogni canzone racchiude in se una storia ben definita e tutte insieme raccontano la storia dei bassifondi di città, dei Loser che li popolano, di sogni infranti e magnifiche disperazioni. Non a caso l'album parte con una canzone tratta da West Side Story, il musical del 1957 composto da Leonard Bernstein, che rielabora in chiave moderna la storia di Romeo e Giulietta, dove si descrive - per l'appunto - una guerra tra bande giovanili di città e l'amore contrastato di due giovani appartenenti ai diversi gruppi. In definitiva, oltre ad essere uno degli album fondamentali - a livello compositivo- del secondo Waits, Blue Valentine è come un libro in musica, dove ogni canzone è un capitolo. Le migliori del gruppo (ma credetemi quando vi dico che questa volta è praticamente impossibile trovarne una che non sia meno che eccellente): Somewhere, Romeo is Bleeding, Whistlin' Past the Graveyard, A Sweet Little Bullet from a Pretty Blue Gun e la title-track.
Heartattack and Wine (1980): Album di transizione verso quei capolavori che segneranno la maturità definitiva di Waits, Heartattack and Wine è un album decisamente atipico e non tra i suoi migliori. Intendiamoci, non che sia brutto, ma le canzoni memorabili sono poche: On the Nickel, Mr. Siegel e Ruby's arms... il genio di Pomona introduce nel suo sound la chitarra elettrica distorta (la suona lui stesso) e produce forse il suo album più rock, ma anche uno dei meno ispirati. Ruby's Arms, in ogni caso, è talmente bella che da sola vale l'acquisto (o l'ascolto).

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domenica 15 giugno 2014

I film di David Lynch

David Lynch: la filmografia completa

È da otto anni che il regista statunitense David Lynch non sfiora la macchina da presa, e noi poveri spettatori non possiamo far altro che riguardare a ripetizione le opere che l'autore ormai ultrasettantenne c’ha lasciato. Il regista di Missoula ha infatti composto un’invidiabile filmografia molto variegata piena di capolavori e gioielli, ed i film di David Lynch, dall’esordio più minimale di Eraserhead alle tre ore di labirinti digitali di INLAND EMPIRE, hanno sempre lasciato il segno. Ed è giusto che osserviamo nel particolare e ricordiamo ogni opera (cortometraggi esclusi) per approfondire il mondo cinematografico di Lynch in tutte le sue accezioni.

Eraserhead (1977): Considerato universalmente uno dei migliori esordi registici della storia del Cinema, Eraserhead è un film allucinato e sporco apparentemente privo di spiegazione. Il protagonista Henry Spencer (interpretato da uno dei migliori amici di Lynch, il defunto Jack Nance i cui occhi strabuzzati ed il cui volto semi-deforme sono già storia, anche grazie a ruoli secondari in opere successive del regista) è un uomo dai capelli ridicoli che è innamorato di una donna dalle guance deformi che vive nel suo termosifone. Ha un figlio, dall’apparenza di un girino gigante, ottenuto da un rapporto con la sua ragazza Mary. Comincia ad impazzire soprattutto da quando il figlio sembra ammalarsi misteriosamente. È possibile interpretarlo in mille maniere, soprattutto ricordando la frase detta da Lynch stesso, secondo il quale “è il film più religioso” che l’autore abbia mai girato. Ciò che è indubbio è che nonostante la carenza di mezzi, l’opera è già molto intensa e misteriosa, oltre che caratteristica di uno stile particolare e spaventoso, sensorialmente disturbante dalle immagini al cupo sound design curato dal regista. Stanley Kubrick lo faceva vedere a ripetizione sul set di Shining (1980) e Shinya Tsukamoto lo ha probabilmente utilizzato come ispirazione per certi aspetti di Tetsuo (1989).
The Elephant Man (1980): David Lynch sbarca ad Hollywood grazie a Mel Brooks (che rimase impressionato da Eraserhead e che non volle che il suo nome apparisse troppo enfaticamente nei titoli di testa di The Elephant Man perché sennò il pubblico non avrebbe preso sul serio l’opera), ma non abbandona (ancora) il bianco e nero e certe brevi sequenze visionarie, oniriche, industriali e piene di tensione, anche grazie al sound design ideato da Lynch non troppo dissimile da quello del film precedente, che legano il suo film su commissione ad un mondo estetico legato al Cinema d’autore ed al Cinema underground. Il film ha un ottimo successo commerciale e di critica ma non tutti ne hanno capito la profondità e l’importanza nel riuscire a coniugare alla perfezione i canoni narrativi hollywoodiani con lo stile cupo e grezzo del regista. La trama, tratta da una storia vera, è molto emozionante: John Merrick, interpretato da un irriconoscibile John Hurt, è un uomo deforme, probabilmente malato di sindrome di Proteo anche se nell’immaginario collettivo il suo nome è collegato alla neurofibromatosi, che ha una propria individualità, cultura ed intelligenza ma ha vissuto per anni come fenomeno da baraccone, ossessionato dalla morte della madre uccisa dagli elefanti. Viene introdotto nel mondo della società inglese da un dottore, Frederick Treves, interpretato da Anthony Hopkins al suo meglio, che lo tratta prima come paziente e poi come amico. Molte le scene intense, soprattutto nell’ultima tragica mezz’ora. È paragonabile forse a L’enigma di Kaspar Hauser (1975) di Werner Herzog per come esprime una sorta di descrizione di pregi e difetti degli esseri umani tramite lo sguardo di un uomo molto ‘diverso’.
Dune (1984): Ritenuto di solito la Caporetto di Lynch, questo blockbuster fantascientifico, tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Frank Herbert, doveva essere diretto dal cileno Alejandro Jodorowsky, forte del successo di El Topo (1970) e de La Montagna Sacra (1973), che si era già messo d’accordo per avere una scenografia disegnata dal geniale (da poco deceduto) Hans Ruedi Giger ed una colonna sonora composta dai Pink Floyd. Il progetto forse sarebbe risultato come una reinterpretazione troppo personale, tant’è che Dino De Laurentiis ha affidato il progetto a Lynch che l’ha successivamente disconosciuto, rendendo quindi questo fallimento più vicino ad una sconfitta del produttore che non ad una sconfitta del regista. A volte diverte, a volte intrattiene, più spesso è dispersivo, prolisso, verboso ed inutile, ma ha la sua stregua di ammiratori che lo trattano come un film di culto per gli anni ’80. All’epoca, però, fu una catastrofe: 40 milioni di dollari di budget, 2 milioni al Box Office. È incredibile che De Laurentiis abbia finanziato anche il successivo film di Lynch.
Velluto Blu (1986): Uno degli apici della filmografia del regista è questo thriller anticonvenzionale in cui nulla è quello che sembra ed in cui il sottotesto e l’approfondimento psicologico del protagonista celano un’oscurità impenetrabile e cupissima – riguardo alla quale vale la pena vedere i tre quarti d’ora di scene eliminate reperibili su YouTube. Infatti il personaggio principale, Jeffrey Beaumont, interpretato con delicatezza ma non senza qualche doverosa ombreggiatura dal bravissimo Kyle MacLachlan (anche protagonista di Dune), è a suo modo rappresentativo dell’intera opera lynchana: del resto il suo pensiero ed il suo stile di vita sono legati ad una visione positiva dell’universo, cosa che non viene cambiata neanche dopo che il suo personaggio viene messo a nudo (fisicamente e concettualmente) e dopo che gli vengono mostrati orrori grotteschi di cui solo i peggiori esseri umani si possono macchiare. Questo giallo/poliziesco/thriller è anche un’allegoria, metacinematografica a causa dei riferimenti continui al voyeurismo, dell’eterno conflitto tra il Bene (violento) ed il Male (seducente). È uno dei film dell’autore più amati anche perché è il perfetto compromesso tra uno stile da film drammatico più convenzionale e la follia grottesca e surreale che caratterizza invece le sue opere più personali.
Cuore Selvaggio (1990): Nicolas Cage con una giacca di pelle va in giro per gli Stati Uniti in macchina con l’amata Laura Dern a ritmo di heavy metal mentre un circo confuso e grottesco di malati di mente gira loro attorno minacciando il futuro della loro relazione. C’è bisogno di continuare a commentare? Pura follia, a volte genialoide e a volte eccessiva, condita con un senso di anarchia visiva e concettuale che a volte sembra non andare a parare da nessuna parte: ecco cos’è Cuore Selvaggio. Fa ridere e contiene interessanti riferimenti alla cultura pop americana o ai residui freudiani del Cinema di Lynch (a partire dalle figure paterne oscene, ben descritte da Slavoj Zizek nella sua Guida per i pervertiti al Cinema), ma non è tra le opere più memorabili del regista.
Fuoco cammina con me! (1992): Deluso dalla conclusione di Twin Peaks, senza l’approvazione di Mark Frost, Lynch aveva preparato una trilogia di film che potessero spiegare gli eventi della serie, aumentando i misteri e quindi ponendo ancora più domande. Alla fine è riuscito a farne solo uno (da cui ha tagliato 45 minuti di scene che dovrebbero essere aggiunti quando il film uscirà in blu-ray, pare – o forse no…), considerato generalmente uno dei film minori del regista. Ma è comunque intensissimo, anche per l’assenza di una linea che divida realismo e sogno. La scene folli e deliranti, spesso incoerenti narrativamente o in apparenza sconnesse, sono spesso collegate ad ossessioni cromatiche: il rosso, le luci blu o bianche lampeggianti, ma anche il nero ed il bianco. Misteriosissimo ed ostico la maggior parte del tempo, ha i maggiori pregi nella colonna sonora di Badalamenti (forse la migliore che lui abbia mai composto) e nel suo criticare l’industria televisiva come sottotesto rispetto alla trama, che racconta la settimana di vita di Laura Palmer prima della sua morte, dal punto di vista di lei stessa, del padre e di Dale Cooper. Sul finale c’è anche un lampo apparentemente religioso ma molto pessimista.
Strade Perdute (1997): Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia del subconscio’ (di cui Eraserhead probabilmente era una sorta di prologo), Strade Perdute è un film che si arriccia e si piega su se stesso come una striscia di Moebius. Cronologicamente sconnesso, mezzo onirico e mezzo reale, ha come protagonista un personaggio unico interpretato da due attori (il bravissimo Bill Pullman e il monocorde Balthazar Getty) che a loro volta interpretano due personaggi diversi, entrambi innamorati della stessa donna, interpretata da Patricia Arquette, che nel contempo è un’infedele moglie defunta ed un’attrice pornografica con un misterioso senso del romanticismo. Molte cadute di stile con una colonna sonora non sempre coerente con le immagini, è comunque un incubo suggestivo e sensuale oltre che una colonna portante dell’estetica lynchana e del suo senso della narrazione irregolare oltre che della sua concezione dell’ego maschile. È il suo film più concentrato attorno al sesso, forse anche più di Velluto Blu che pur essendo esplicito ed ossessivo a riguardo aveva comunque come tema principale un conflitto universale e non individuale. David Bowie, già amico di Lynch e già apparso in un cameo in Fuoco cammina con me!, ha composto la bellissima I’m Deranged apposta per il film, che ospita canzoni anche di Rammstein e Nine Inch Nails oltre che un cameo di Marilyn Manson.
Una storia vera (1999): Nella filmografia di Lynch è ancora più atipico di The Elephant Man, ed è anche più bello, poetico, profondo e commovente. Il titolo originale è molto più geniale: The straight story, ovvero “La storia dritta”, nel senso di “diritta”, “lineare”. Stranissimo per Lynch, che qui si ritrova a dirigere una storia non solo diritta ma anche, appunto, vera e soprattutto lenta: il 73enne Alvin, residente nell’Iowa e interpretato dal bravissimo Robert Farnsworth, scoperto che il fratello con cui non parla da anni è malato, decide di andarlo a trovare nel Winsconsin. Il viaggio, apparentemente troppo lungo per essere fattibile, viene compiuto a bordo di un solitario, melanconico, arrugginito trattore, piccolo e malconcio. La storia risulta essere di un intimismo poco parlato, riflessivo e umano, e Lynch ritaglia per la macchina da presa numerose pause che usa per inquadrare il vuoto e lasciare che lo sguardo dello spettatore vaghi per conto suo e trovi da solo la risposta a dilemmi esistenziali che non vengono mai veramente posti verbalmente. La colonna sonora di Badalamenti non aiuta a trattenere le lacrime.
Mulholland Drive (2001): La storia dietro Mulholland Drive è lunga. Innanzitutto, Lynch aveva programmato di fare una nuova serie TV, uno spin-off di Twin Peaks che seguisse il personaggio di Audrey Horne (interpretata da Sherilyn Fenn), il cui futuro era incerto, mentre tentava di diventare una stella di Hollywood. Alla fine il progetto è rimasto, ma senza Audrey Horne, ed è stato girato un episodio pilota con protagonista Betty Elms, interpretata da Naomi Watts, ancora praticamente sconosciuta. La casa di produzione televisiva ABC comunque non apprezzò il girato, al che il regista, come fece tra l’altro con il ‘pilota europeo’ di Twin Peaks, si fece produrre dalla Studio Canal un lungometraggio, questo Mulholland Drive, con scene eliminate dal pilota originale e scene aggiuntive che lo rendessero auto concluso. È risultato il film del regista generalmente più amato dalla critica: per la sua ampiezza stilistica, per il deragliamento nell’onirico e nel melodrammatico dopo un’ora e mezza di apparente mistery-movie quasi canonico (il ‘quasi’ è importantissimo), per la maestosità delle scene di tensione e di incubo, per la rarefazione commovente della storia d’amore (e di sesso) omosessuale al centro della vicenda, ma anche, se non soprattutto, per la valenza metacinematografica del film intero (a partire dalle relazioni tra i personaggi), valenza che, mischiando l’idea di sogno con l’idea della confusione tra realtà e finzione che spesso è stata al centro dei conflitti metacinematografici anche di Bergman (molti sono i riferimenti registici espliciti a Persona (1966) del regista svedese), finisce anche per toccare la sfera estetica della critica alla scena hollywoodiana. Il finale è intensissimo, la colonna sonora di Badalamenti è meravigliosa, e l’apice assoluto è l’infernale sequenza del Club Silencio con la quale il film cambia completamente tono.
INLAND EMPIRE (2006): Lynch vuole che il titolo di INLAND EMPIRE sia scritto interamente in maiuscolo ed io esaudisco il suo desiderio. Vuole forse far girare intorno al suo ultimo capolavoro un alone di monolitico mistero, di mastodontica ambizione? Del resto un film di tre ore girato interamente in digitale che gira tutto attorno alla sovrapposizione di piani narrativi astratti ed imprecisi, con un sound design che è un’evoluzione del sottofondo degli incubi di Eraserhead ed una colonna sonora (stavolta composta da Lynch stesso) che è spesso vicina al cacofonico, come può non essere, a prescindere dalla sua qualità, un evento cinematografico epocale? Non c’è realtà, non c’è finzione, perché ce ne dovrebbe essere bisogno? 
INLAND EMPIRE è un film principalmente per quei cinefili (a cui appartengo…) che nel Cinema cercano principalmente un’immagine non autoconclusa, che lo spettatore possa completare da sé. La trama di INLAND EMPIRE è sconnessa, le sue immagini però parlano chiaro e sono più facilmente attaccabili l’una all’altra, come un puzzle profondamente labirintico ed ingannevole. Non c’è bisogno di capire INLAND EMPIRE in quanto il gioco alla sua base è quello di spronare lo spettatore a giungere alle proprie conclusioni. Lynch ha girato il film senza una sceneggiatura fissa, con un processo anticonvenzionale: scrivere una scena, girarla, scriverne un’altra, e così via, seguendo il proprio ‘train of thought’, spesso e volentieri guidato dall’ispirazione derivante dalla meditazione trascendentale che il regista pratica da sempre (ormai come mestiere…). Nel mezzo ha inserito una storia che lui ha definito essere “la storia di una donna in pericolo” in cui tutte le linee sconnesse vertono verso l’inevitabile lieto fine, a suo modo strappalacrime nonostante non si capisca veramente cosa succeda. È il film definitivo con cui un regista come Lynch dovrebbe comunque finire la propria carriera; ma le continue minacce di tornare dietro la macchina da presa portano spesso anche i fan ad odiare il regista di Missoula con la sua tendenza a procrastinare pur di dedicarsi ad attività lontane dalla settima arte, a cortometraggi dispersivi o a dischi di musica elettronica, o soprattutto alla diffusione della meditazione trascendentale. Eppure, forse, un lungometraggio progettato per il futuro non è così lontano…

Nicola Settis

"Nicola Settis nasce a Pisa ed è un appassionato di Cinema da sempre, con una passione particolare per i film d'autore orientali, tra Kurosawa e Kitano, ed europei, tra Fellini, Tarkovskij, Herzog e Tarr. Oltre a non essere mai sazio di cultura cinematografica, ha tra i suoi interessi secondari la musica, la televisione, l'animazione e la letteratura. Scrive ogni tanto su daParte firmandosi 7isLS"

lunedì 2 giugno 2014

Remake o Merdake, questo è il dilemma...

La mania dei remake, anche se ad alcuni potrebbe sembrare una moda di questi tempi,  è iniziata praticamente da quando è nato il cinema - leggendo il "Mereghetti" tra una seduta al bagno e l'altra me ne sono reso conto quando ho saputo di rifacimenti che risalgono addirittura agli anni venti (giusto per aprire una parentesi, Il "Mereghetti" al bagno è la lettura preferita del cinefilo DOC)... anche se ad alcuni potrà sembrare una necessità dovuta alla mancanza di idee che affligge il nostro secolo, in realtà è sempre accaduto nel cinema - come nelle altre arti, del resto, anche se con dovute differenze - che si attingesse ad idee, stili e contenuti per rinvigorire e dare nuova linfa alle vibrazioni che ci permettono di distrarci da questa strana e misteriosa vita, che si tratti di vibrazioni sonore, visive, o di entrambe le cose. 
Giusto per fare un esempio di quelli che mi riescono meglio - parlo di musica - ci sono delle cover di canzoni che suonano addirittura meglio degli originali: Halleluja di Jeff Buckley (versione originale di Leonard Cohen) per esempio; oppure, che ne so, My Favorite Things di John Coltrane (nell'originale, cantata da Judy Garland), anche se in quest'ultimo caso parlare di cover è abbastanza riduttivo, visto che si tratta più che altro di una rilettura... ma basta parlare di musica, altrimenti non la finisco più.
Per farla breve, insomma, il remake è cosa buona e giusta, ma solamente nei casi in cui è fatto con criterio. Perchè ci sono remake e remake. E poi ci sono i Merdake.
Lo spunto per questo articolo senza capo ne coda (ma alla fine vi sarà tutto più chiaro, tranquilli) mi è venuto quando di recente ho visto tre film che sono dei rifacimenti di altrettanti capolavori horror degli anni ottanta.
I capolavori in questione sono : Ammazzavampiri (Fright Night), 1985, un geniale mix di horror e commedia giovanile; Nightmare (1984) capolavoro iconografico assoluto di Wes Craven ; e per finire Maniac (Id.), 1980, malsano film indie di William Lustig
Ma partiamo subito in quarta con "Ammazzavampiri": per chi non lo conoscesse (potete trovarne una mini-recensione nella mia classifica sui migliori dieci film sui vampiri), "Ammazzavampiri" è uno di quei film culto che hanno deliziato gli appassionati del genere horror nel periodo in cui il genere in questione stava vivendo una nuova giovinezza, cioè gli anni ottanta. Diretto da Tom Holland (che girerà in seguito un altro classico horror: La bambola assassina), mix tra commedia e horror puro, Fright Night (questo il titolo originale) era un piccolo gioiello di spaventi e risate, oltre che di citazioni colte e rimandi suggestivi a tutta una serie di icone cinematografiche (il conte Dracula su tutte). La storia, a grandi linee, trattava di un giovane adolescente appassionato dell'occulto che si trovava a fronteggiare un mellifluo vampiro sciupa-femmine, diventato disgraziatamente suo vicino di casa. Ad aiutarlo nella missione di sconfiggere il vampiro, e quindi di impalarlo, gli veniva in aiuto la sua bionda ragazza e un presentatore televisivo di programmi horror della mezzanotte. 
Il remake che ne ha fatto Craig Gillespie nel 2011 mantiene sostanzialmente intatta la linea narrativa, dato che si parla sempre di ragazzi adolescenti, divi televisivi e genitori increduli, ma il risultato, in questo caso, è deludente sotto ogni punto di vista. Nonostante la buona interpretazione di Colin Farrel (in alcune scene, quasi terrificante), non c'è un solo punto a suo favore, rispetto all'originale. Innanzitutto, la delusione più grande l'ho avuta dall'interpretazione di un attore che in altri ambiti (vedi Doctor Who), mi aveva invece entusiasmato, tanto che difficilmente riuscirei a vedere un Dottor Chi migliore di David Tennant. Ma qui, spiace dirlo, il personaggio che interpreta è assolutamente ridicolo e sopra le righe: il suo Peter Vincent (mago digitale che si ispira senza neanche troppe velature a Chriss Angel) è uno dei personaggi più odiosi, irritanti e sostanzialmente inutili di tutta la storia del cinema horror, non ce n'è... fa davvero rimpiangere lacrime amare il superbo Peter Vincent di Roddy McDowall dell'originale. E poi la storia... la sceneggiatura è davvero pessima, piena di buchi narrativi da tutte le parti e senza alcun briciolo di suspense (quando invece il Fright Night originale qualche brivido - tra una risata e l'altra - te lo faceva anche venire). 
Insomma, non ci sono storie: Fright Night (2011) più che un remake è un merdake.
Ma andiamo oltre e vediamo un po' che cosa sono riusciti a combinare con il rifacimento di Nightmare, uno dei film che sono entrati di diritto tra i migliori horror di tutti i tempi. In questo caso non era facile eguagliare quello che si può senza dubbio definire un capolavoro di genere. Freddy Krueger è una delle icone horror più conosciute a livello globale e fin dal suo esordio è entrato nell'immaginario collettivo come solo le grandi "star" sanno fare. Wes Craven è uno dei maestri del cinema horror e con Krueger ha praticamente rinnovato il genere, regalandogli una seconda giovinezza. Ora, la domanda è: remake o merdake? 
In realtà non è poi così difficile rispondere a questa domanda, perché tolti tutti gli effetti speciali (per lo più digitali) di ultima generazione e il lavoro di approfondimento (?) a dire il vero molto superficiale, che gli autori hanno voluto fare con le origini del mito, cioè la nascita di Freddy, questo Nightmare versione 2010 è un merdake all'ennesima potenza. Cristo, non si vedeva un rifacimento così sciatto da quando King ha deciso che "Shining" di Kubrik non fosse poi quel capolavoro che si diceva e ha deciso di produrre una serie televisiva tutta sua... voglio dire: tensione zero, storia soporifera, un protagonista al cui confronto Robert Englund è Marcello Mastroianni... insomma, una cagata pazzesca (tanto per citare il maestro). Davvero non ci si capacita di come siano riusciti a rovinare una storia praticamente perfetta come quella di Nightmare. 
Il Merdake di tutti i Merdake, in poche parole. 
Ora, però, è arrivato finalmente il momento di voltare pagina e di parlare, era ora, di uno dei remake più riusciti e coinvolgenti degli ultimi anni: "Maniac". Perchè quì, signori miei (e scommetto che in questo momento state leggendo questa frase con la voce di Andra DiPrè) qui ci troviamo di fronte ad un Signor rifacimento, senza ombra di smentita. Per chi non avesse visto l'originale, Maniac di Lustig è stato - ma lo è tutt'ora - uno dei cult-horror movie degli anni ottanta, un sano pugno nello stomaco e uno dei vertici malsani dell'arte rosso sangue. Persino il Mereghetti spende parole di elogio per questo esempio insuperato di angoscia, splatter e atmosfere malsane. La storia è quella di Frank Zito, un maniaco (per l'appunto) psicopatico con il simpatico hobby dell'omicidio/scotennamento di inermi fanciulle solitarie, il quale si diverte poi ad attaccare ai manichini che tiene in casa gli scalpi che per diletto leva alle sue vittime. Nell'originale, Frank Zito era interpretato dal bravo Joe Spinell , uno che se ti capitava di incontrarlo per strada avresti sicuramente pensato ad un serial killer o quanto meno ad un tipo poco raccomandabile, mentre nel remake il personaggio di Zito è interpretato dal bravissimo Elijah Wood (avete capito bene, sì: il piccolo Frodo!), il quale - se non si fa caso alla sua faccia da bravo ragazzo - riesce perfettamente a rendere l'idea di una persona disturbata mentalmente, e questo anche se nel film lo si vede in pochissime scene. Perchè il tocco di genio - a mio parere - che rende questa nuova versione di Maniac un prodotto completamente originale rispetto al film del 1980 è l'uso tecnicamente perfetto e per nulla invadente del P.O.V., cioè della soggettiva in prima persona. Un'ultima nota di merito va anche al reparto effetti speciali: se nell'originale di Lustig del 1980 erano opera di uno dei maestri assoluti del settore: Tom "Zombie" Savini, quelli della versione 2012 sono - era inevitabile - in gran parte digitali, ma ben fatti e di sicuro effetto. 
Per concludere, tra i tre remake che ho citato in questo articolo, solamente l'ultimo è degno di chiamarsi tale. Per quanto riguarda i primi due, invece, la risposta è senza dubbio una sola: una bella M color marrone da strisciare sulle locandine alla maniera di Zorro (con lo spazzolone del cesso al posto della spada)... 



The Angels Chronicles from Casini Editore on Vimeo.

mercoledì 28 maggio 2014

Maps to the Stars di David Cronenberg

La consapevolezza della macchina da presa  

Raramente si può provare una sensazione di stordimento paragonabile a quella che ho provato uscendo dalla sala dopo Maps to the stars. Si tratta, ovviamente, di uno stordimento piacevolissimo: il ritorno del grande David Cronenberg è infatti uno dei suoi massimi capolavori. E come mai? Maps to the stars, ad un occhio disattento, non sarà sembrato una grande innovazione dei canoni dell’autore, ma è necessario rivedere tutta la filmografia del canadese, tra i più influenti, innovativi e geniali registi viventi, per inquadrare l’importanza della sua ultima opera all’interno del contesto che ne caratterizza l’essenza, ovvero il contesto del ‘degradante’ (forse) e satirico sviluppo psicosomatico della materia carnale e psicologica al centro del mondo di David Cronenberg. E, in questo mondo, Maps to the stars rientra nonostante non possa sembrare immediato.
Cronenberg, dopo l’esordio Stereo (1969), film di fantascienza sperimentale e muto in bianco e nero (che a suo modo contiene già i temi che caratterizzano il mondo del regista), è diventato presto celebre per essere il creatore di un genere definito ‘body horror’, un sottogenere del film dell’orrore basato sulla paura delle mutazioni fisiche, dei cambiamenti corporali e dei collegamenti tra essi e la psicologia umana: insomma, film violenti ed estremi incentrati sul binomio carne-mente. Dei suoi primi lungometraggi, probabilmente il più rappresentativo è Il demone sotto la pelle (1975), che, con la sua assoluta anarchia visiva fa dimenticare i limiti imposti dal budget basso tramite orgiastici riti fisici e tribali horror-ifici e splatter, finisce per essere un caotico ritratto di una società in decadimento psicosomatico mostrata attraverso una struttura narrativa che va progressivamente dall’alto verso il basso, o ancor meglio dall’ordinato al caotico. È così rappresentativo perché non solo mostra sia la concezione cronenberghiana della violenza che quella del sesso (che sono chiaramente gli argomenti più difficili ed importanti da trattare nell’universo dei cambiamenti fisici), ma anche perché ha una conclusione a climax come la maggior parte dei capolavori del regista. Dopo i vari film successivi (uno su tutti Scanners 1981), l’autore si è rivoluzionato con Videodrome (1983), da molti considerato il suo apice contenutistico; un film che mostra una malsanità visuale distopica e sarcastica - oltre che profondamente disturbante - senza sbilanciarsi nella regia, creando un distorto contrasto tra la schizofrenia a volte pseudopornografica della trama e delle soluzioni visive e la geometria della macchina da presa, precisa come un orologio, architettonica come Alfred Hitchcock. I suoi film post-2000 sono tutti considerabili diversi da quelli del secolo precedente in quanto vicini ad una logica visiva differente, apparentemente legata più ad una concezione freudiana e terrena della mente umana che non ad un ‘orrore’ corporale esplicitamente grottesco come precedentemente affrontato. Ma è solo un’illusione: l’ossessione muscolare de La promessa dell’assassino (2007), il masochismo del discutibile A dangerous method (2011) e in conclusione la connessione corpo-macchina di Cosmopolis (2012), secondo la mia modesta opinione il suo apice assoluto - film facilmente collegabile al ripugnante erotismo ‘tecnologico’ del suo Crash (1996), dove la violenza sferragliante dell’incidente d’auto diventava un inquietante pretesto per un’eccitazione sessuale che portasse alle scene erotiche più repellenti (e deprimenti) mai dirette, mentre nel film del 2012 l’Eric Packer di DeLillo si fa analizzare la prostata all’interno di una limousine mentre flirta, sudaticcio, con una collega.
Il trailer di Maps to the stars, la cui sinossi, il cui cast ed il cui titolo erano usciti quasi un anno prima, ha mostrato preventivamente come Cronenberg avrebbe sicuramente applicato al mondo di Hollywood l’estetica di Cosmopolis. Quello che era (quasi) insospettabile era che ci sarebbe andato così vicino anche qualitativamente nonostante le notevoli differenze nel dialogo: dove Cosmopolis era (necessariamente) verboso e filosofico, Maps to the stars è condito da dialoghi a volte (necessariamente) banali, ma a volte profondamente mostruosi. E questi dialoghi sono banali perché sono costruiti, programmatici, prevedibili, come nei film hollywoodiani; ma quando diventano mostruosi lo sono proprio perché contrapposti alla patina luccicante e piena di (falsa) speranza dei dialoghi più banali, che ricordano (in forma e non in contenuto) il sorriso di Betty Elms, protagonista vestita di rosa di Mulholland Drive (2001) di David Lynch.
Il mondo di corruzione viene rappresentato sotto una luce fisica, un Sole californiano catastrofico e terribile, proprio nel film di Lynch, anche quando batte sulla limousine che ora Robert Pattinson guida (forte e per niente implicito rimando al film precedente). E riguardo a questo senso di ‘costruzione’, ci sono un paio di scene essenziali: la prima è quella della scena di sesso ‘a tre’ tra Havana (interpretata da una nevrotica Julianne Moore che ha vinto il premio per la migliore attrice a Cannes) e due amanti, uno di sesso maschile ed una di sesso femminile; la seconda invece è la scena in cui Agatha, interpretata con una grazia inquietante ed eccezionale dalla vera protagonista del film, Mia Wasikowska, balla da sola davanti alla TV accesa. La prima scena presenta una situazione angosciante: quando l’amante maschio si alza per una telefonata, Havana è costretta a continuare l’amplesso con la donna, che poi assume le sembianze della madre, da cui il personaggio della Moore è ossessionata, cosa che manda il personaggio in crisi. Havana si alza, si allontana dalla camera da letto e si siede sul bordo della piscina dicendo che non sente di essere brava come lesbica — come se ci fosse qualcuno che le chiedesse di comportarsi come lesbica, dietro una macchina da presa invisibile, Havana sembra avere una consapevolezza della presenza di un regista che richiede da lei qualcosa che lei non necessariamente vuole da se stessa o per se stessa.
È questa forse una critica, in generale, nei confronti delle esigenze masturbatorie nel Cinema non pornografico?
La seconda scena ha un rigore simile, anche se forse meno intenso (ma non meno significativo), perché anche Agatha non ha una ragione per ballare, senza tra l’altro un sottofondo musicale, come se dovesse mostrare una qualche gioia che lei non ha la necessità di esprimere. Sorridi per la macchina da presa?
Giocando su di un potentissimo contrasto, Cronenberg alterna queste scene cupe e tragiche ad altre in cui invece l’effetto è opposto: sembra che la macchina da presa non ci sia ed i personaggi si mettano completamente a nudo.
I protagonisti sono sei, tre personaggi maschili e tre personaggi femminili, e nessuno si salva moralmente. Noi spettatori ci troviamo in una condizione in cui siamo costretti a giudicare con distacco critico i mostri umani che vediamo sullo schermo. Come del resto anche in Crash (ed in maniera molto diversa anche in Cosmopolis – i paragoni con questi due film sono i più ovvi in quanto Maps to the stars sembra un connubio o una reinterpretazione dei due), ci si ritrova di fronte ad un mondo dove è impossibile l’immedesimazione (al massimo un po’ di pietà per Agatha) ma l’unico giudizio possibile verso i personaggi è una sorta di disprezzo, se si vuole indugiare nel giudizio, ovviamente. Ce n’è bisogno? La sceneggiatura di Bruce Wagner pone forse lo spettatore su di un piedistallo morale, ma senza costringerlo, e la regia di Cronenberg si sposa perfettamente con i contenuti dello script in quanto, con la freddezza architettonica a cui ci ha abituato, può magari ossessionarsi su di un certo simbolismo, ma senza dubbio non si fossilizza sul particolare insignificante; al massimo dà più importanza ai concetti più ‘piccoli’ che non a imponenti contenuti che sembrano avere un forte rigore — mi riferisco alla ripetizione del concetto dell’incesto, che, nonostante sia collegabile a Freud, è solo parte dell’”arredamento” che costituisce il mondo della corruzione.
Maps to the stars, in conclusione, è un film dolorosissimo, in cui la sofferenza è condivisa da giovani e vecchi, dal mondo di Hollywood intero (senza la mera soluzione della ‘critica sociale’ che sarebbe una definizione fuori luogo) all’esistenza umana. Le relazioni interpersonali più vacue diventano specchio della bassezza umana e veri e propri demoni, anche in senso horror (le atmosfere di vera e propria suspance rendono questo il film più lynchano del regista canadese), appaiono come se volessero ricordare ai personaggi stessi la loro condizione di
piattume e vuoto eterno. Non c’è niente di etereo, anche l’astratto diventa troppo concreto, e non c’è neanche spazio per la violenza gratuita. C’è solo il silenzio poetico di Mia Wasikowska che cita le poesie di Paul Eluard col cuore in mano, e poi il primo piano intensissimo del suo volto smarrito, confuso, ricoperto di sangue – in questo senso, la violenza ansiogena di questo vero capolavoro assume un aggettivo: ‘assordante’.

Nicola Settis

"Nicola Settis nasce a Pisa ed è un appassionato di Cinema da sempre, con una passione particolare per i film d'autore orientali, tra Kurosawa e Kitano, ed europei, tra Fellini, Tarkovskij, Herzog e Tarr. Oltre a non essere mai sazio di cultura cinematografica, ha tra i suoi interessi secondari la musica, la televisione, l'animazione e la letteratura. Scrive ogni tanto su daParte firmandosi 7isLS"

IL CUORE NERO DEGLI ANGELI

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Estratto di "The Angels Chronicles" by Casini Editore

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